A primavera la passione per i giardini giapponesi diventa anche italiana

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giardini giapponesiCon l’arrivo della primavera, anche in Italia – come in Giappone – iniziano a vedersi gruppi di appassionati alla ricerca dei fiori di ciliegio. A Roma c’è anche chi organizza gli hanami, picnic sotto i petali di un bianco delicato, sistemandosi con gli amici lungo la passeggiata del Giappone, un sentiero accanto al laghetto dell’EUR dove nel 1959 vennero piantati dei sakura giapponesi giunti dal Sol Levante. Sempre nella capitale viene aperto al pubblico – previa prenotazione – anche il giardino dell’istituto di cultura del Giappone, un’area di quasi 1500 mq progettata in stile sen-en dall’architetto Nakajima Ken.Anche Milano ha il suo giardino giapponese, è nell’orto botanico di Brera, arricchito da un albero di gingko biloba. A Torino ve ne è uno al Museo Orientale, mentre a Firenze, che peraltro è gemellata con Kyoto, lo si può trovare nel giardino delle rose di viale Poggi. L’architetto Kitayama Yasuo lo ha ideato in stile shorai-teien nel 1998, e vi si è aggiunta di recente una parte dedicata alla cerimonia del tè. La cerimonia viene eseguita anche a Venezia, nella splendida Glass Tea House Mondrian, una stanza da tè realizzata in vetro che sembra galleggiare sull’acqua, secondo un progetto del fotografo e architetto Sugimoto Hiroshi sull’Isola di San Giorgio.

I giardini giapponesi possono essere di diversi tipi, e si dividono in tre grandi famiglie. La prima vuole rappresentare, per così dire, la natura in miniatura. E’ il kaiyūshiki-teien, risale all’epoca Edo. Alcuni famosi giardini del Giappone, il Korakuen di Okayama, il Kenrokuen di Kanazawa e il Kairakuen di Mito, appartengono a questo stile, e sono concepiti per essere ammirati passeggiando. Ma questo genere di giardino può anche essere di dimensioni molto ridotte, da contemplare da una veranda antistante senza potervi accedere.

Il secondo tipo è il karesansui, il giardino secco. Più antico, risale all’epoca Heian, ed è stato codificato nelle sue forme nel periodo Muromachi (1336-1574). Quello del Ryōanji di Kyoto ne è forse l’esempio più famoso. Il giardino secco è ispirato dal buddismo zen, e utilizza una raffigurazione quasi astratta della natura. Sassi, ghiaia e sabbia simboleggiano i corsi d’acqua oppure il mare, mentre delle grosse pietre rappresentano montagne, isole o imbarcazioni. Lo scopo del giardino è di scollegare i visitatori dal mondo esterno, consentendogli di esercitare la meditazione.

Vi è poi il cha-niwa, il giardino che circonda la casa da tè. Risale al periodo Momoyama (1568-1600) e ha anche un altro nome, roji, cioè sentiero cosparso di rugiada. Nella visione di Sen no Rikyū, il monaco zen a cui dobbiamo l’invenzione della cerimonia del tè, il sentiero cosparso di rugiada dovrebbe portare in un luogo dove liberare il cuore dalle impurità del mondo terreno. Questo è un edificio semplice e piccolo, senza affacci sul giardino che a sua volta viene costantemente innaffiato, per rimanere umido e verde. Non vi sono fiori, finirebbero per distrarre chi percorre quel sentiero con il corpo e con lo spirito, perché esso porta all’infinito. Si è circondati da un’infinità di dettagli, ognuno di essi studiato per entrare in risonanza con l’altro, costringendo gli occhi a studiare con attenzione la realtà, la materia, e in questo modo paradossalmente, allontanare i pensieri materiali. Anche le pietre su cui si posa il piede per attraversare il cha-niwa, con la loro superficie irregolare che costringe a procedere lentamente, obbligano a osservare il terreno, la forma e il colore della pietra, e quindi a perdere la cognizione di sé.

 

(dal Primato Nazionale, aprile 2019)