Il Giornale: intervista su “Al Tayar”, il nuovo romanzo di Mario Vattani

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«Gli scrittori italiani? Dovrebbero osare di più» Il diplomatico parla del suo noir ambientato in Egitto: «Una storia subdola, come il mondo»

di Davide Brullo – “Il Giornale” 21 maggio 2019

In principio fu un racconto sugli «ultimi novanta minuti di vita di Yukio Mishima». Era il 2014. «Lo pubblicò Il Foglio. Funzionò, e presi coscienza che avrei potuto iniziare a scrivere seriamente». A fargli da mentore, Antonio Franchini. «Mi ha dato la voglia di conoscere, di leggere, di crescere». Se lo chiami scrittore, però, si scherma, «ora, non esageriamo…». Quella da scrittore, in effetti, è l’ultima delle tante vite di Mario Andrea Vattani, nato a Parigi nel 1966, figlio dell’alto diplomatico Umberto Vattani, cresciuto in Inghilterra («per tanti anni la mia lingua è stata l’inglese»), che è stato: fondatore e frontman di gruppi punk (gli Intolleranza e i Sotto Fascia Semplice); diplomatico per tradizione familiare (primo nel suo concorso, ha prestato servizio in Egitto, Giappone e Stati Uniti); «console fascio-rock» (così un titolo del Fatto Quotidiano) e al centro, nel 2012, di una baruffa mediatica coincisa con la rimozione dall’incarico diplomatico ad Osaka (avrebbe esagerato in esternazioni durante un concerto organizzato a Roma da CasaPound). Ora è Ministro Plenipotenziario. Ed è scrittore. Il primo romanzo, Doromizu. Acqua torbida, è stato pubblicato da Mondadori nel 2016; d’istinto nipponico, ma di carattere saggistico, La via del Sol Levante. Un viaggio giapponese (Idrovolante, 2017). Questo ultimo, Al Tayar. La corrente (Mondadori 2019, pagg. 336, euro 20), mantiene la struttura generica – è un romanzo d’azione, con al centro una clinica privata dove si svolgono trapianti d’organi illegali – e il protagonista, lo squinternato Alex Merisi, antieroe caravaggesco, che asseconda le spire e i sibili del fato. Cambia la quinta. Nel primo romanzo c’era il Giappone, qui c’è l’Egitto, amabile per la decrepitezza, con squarci metropolitani che sembrano tratti da un corrusco film di Michael Mann («il tappeto sonoro della città, un fruscio ininterrotto come quello dello schermo di un vecchio televisore senza canali, un tessuto che ci sovrasta, tenuto insieme dal contrappunto di migliaia di clacson, di un’infinità di auto… il fumo nero della nafta bruciata che soffia su dai tubi di scappamento arrugginiti e si va ad aggiungere alle tenebre sopra di noi, senza stelle, senza luna»).

L’Egitto, dunque. Senta, ma tutto quello che scrive, mi riferisco agli orrori del traffico di organi, lo ha visto, lo ha studiato «sul campo», come si dice?

«L’Egitto è stata la mia prima sede all’estero da solo, come capo di un ufficio diplomatico. Era il 1998, avevo poco più di trent’anni. Ci sono stato quasi quattro anni, è stata una esperienza straordinaria. Ho viaggiato in ogni luogo dell’Egitto, soprattutto nelle zone più difficili. Nel romanzo, ho voluto rivivere quel tempo e ho narrato quell’Egitto. Quanto al resto, quando scrivo non mi piace raccontare balle. Ho una documentazione molto fitta riguardo a quei fatti. La storia che narro è una storia subdola. In un mondo subdolo».

In effetti, a leggere il romanzo si sente un clima costante di decadenza, di corruzione, come se l’essere umano, che, scrive, «di fronte all’abisso del tempo è meno di un insetto, tutto è minuscolo e insignificante», fosse dominato dal male, dalla fame.

«C’è una amoralità di fondo, è vero. L’Egitto mi affascina come un frutto al massimo grado di maturazione, sul punto di marcire. E un luogo tragico – e a me piace la tragedia. Detto questo, pure in questo stato di decadenza, penso che una forma etica ci sia. In qualsiasi situazioni si trovi, il mio personaggio dà sempre il meglio di sé. Anche se quello che fa può apparire sbagliato…»

Mi dica chi sono i suoi maestri, in ambito letterario.

«Gli inglesi. Amo molto Roald Dahl, che scrive storie per bambini allucinanti, mirabili. Mi piace molto Anthony Burgess: il mio Alex è un ovvio omaggio all’Alex di Arancia meccanica. Ho preso ispirazione anche da Osamu Dazai, lo scrittore de Lo squalificato e Il sole si spegne, libri che ti mettono alla prova. Ora sto rileggendo tutto P.G. Wodehouse…»

… non ha citato nessun italiano…

«Conosco poco il panorama letterario italiano, ma non per questo non lo stimo. Vorrei che gli scrittori italiani esagerassero un po’, si lasciassero andare».

Mi sveli allora la sua regola per scrivere un romanzo che funziona.

«Sono abituato a scrivere per persone impazienti, per colleghi che non hanno tempo. Quindi: concetti veloci, che non affatichino il lettore. Capitoli brevi, scene immediate. E poi, al momento opportuno, descrizioni, immagini».

Domanda al diplomatico: sullo scenario mondiale, come è messa l’Italia?

«La dico così: se sei in periferia e devi fare a botte per vivere, hai la rabbia necessaria per essere un buon pugile. Senza considerare me, abbiamo degli ottimi diplomatici. L’Italia non è tra i Paesi più forti sullo scenario, dobbiamo lottare per apparire, ma ci siamo. Ciò detto, spesso la diplomazia non è messa nelle condizioni di lavorare, i mezzi, con questo e con precedenti Governi, sono sempre più limitati. Spesso siamo dominati dal timore, abbiamo poco coraggio. Ma a volte, anche in ambito diplomatico, occorre esagerare. La diplomazia non è quella cosa per cui bisogna sempre andare d’accordo. A volte, chi crea il problema è più ascoltato degli altri».