Vattani

Expo Osaka, parla il Commissario Vattani: “Un’occasione per costruire fiducia” (Il Riformista, 11 luglio 2025)

Lambasciatore Mario Vattani, a capo della delegazione italiana allEsposizione universale in Giappone parla di ciò che dovrà fare l’Italia per rafforzare la sua reputazione e ampliare i suoi rapporti economici

di Ilaria Donatio

Non è (solo) questione di estetica. Per lItalia, giocarsi la reputazione allExpo 2025 di Osaka significa misurarsi con una sfida più complessa: farsi percepire come sistema credibile, non solo come patria del bello. Lo sa bene lambasciatore Mario Vattani, Commissario Generale per lItalia allEsposizione universale in Giappone, che ogni giorno osserva come il nostro Paese viene visto da fuori.

« L’Italia è ammirata nel mondo per la cultura, i territori, loriginalità e la qualità altissima dei suoi prodotti » spiega. Ma è unimmagine parziale, filtrata” e stereotipata. E soprattutto, non è sufficiente: «Se vogliamo ampliare questa visione e rafforzare le collaborazioni industriali ed economiche, dobbiamo fare qualcosa di più. E lExpo è loccasione perfetta».

Per Vattani, la reputazione non si improvvisa. Si costruisce con metodo, contenuti solidi e una strategia di lungo periodo. «Il vero vantaggio competitivo oggi, in un mondo dove tutti parlano di dazi e intelligenza artificiale, ce lhachi inventa qualcosa di originale, chi collabora e dimostra di essere a un livello alto. Non basta dire che siamo bravi: dobbiamo mostrarlo, ogni giorno».

Uno dei modelli da cui prendere esempio è proprio il Giappone. «È un Paese manifatturiero come noi, ma con cui abbiamo rapporti storici e profondi. Ci conoscono davvero, anche per la qualità della nostra meccanica, dellacciaio, della tecnologia. E il resto dellAsia guarda proprio al Giappone per decidere cosa è un prodotto di qualità».

Per questo è essenziale raccontare bene cosa c’è “dietro” un prodotto italiano: «Può essere una storia, una tradizione, o un livello di ricerca e controllo altissimo. La percezione diffusa di un Paese ha un impatto concreto anche sulle scelte industriali: un partner compra tecnologia italiana se è convinto che siamo capaci di produrla. Ed è questo il tipo di fiducia che dobbiamo costruire».

Non è facile, aggiunge, uscire dagli stereotipi. E spesso siamo noi i primi a perpetuarli: «Quando raccontiamo unItalia pigra, ritardataria, simpaticamente imperfetta, rischiamo di condannarci a una narrazione limitante. Ma se dimostriamo, ad esempio, che un padiglione italiano apre puntuale, funziona perfettamente e comunica innovazione, allora rompiamo quello schema. Soprattutto in un contesto come il Giappone, dove lattenzione al dettaglio è altissima».

Non tutto, però, si gioca sulla scena. C’è anche un lavoro sommerso, strutturato e coordinato. E qui, sorprendentemente, lItalia delle Regioni si è rivelata un punto di forza. «Abbiamo coinvolto 18 Regioni su 20:ciascuna porta aziende, università, tecnologie. Ognuna si impegna perché sa che deve dimostrare risultati. Questo ha creato una moltiplicazione di eventi, incontri, promozione. Ogni settimana inauguriamo qualcosa di nuovo: nessun altro Paese lo sta facendo così».

Ma funziona solo se c’è metodo: «Serve una regia centrale, uno schema condiviso. Altrimenti vince il caos e si ritorna allItalia sfilacciata. Invece qui, grazie a una strategia concordata con la Conferenza delle Regioni, tutti hanno lo stesso spazio e le stesse regole. È quasi un modello di democrazia reputazionale».

LExpo, quindi, non è solo vetrina: è palestra, osservatorio e test. Ed è anche unoccasione per imparare. «Il Giappone ci costringe a usare un metodo, e questo ci fa bene. Esporre i nostri studenti, le imprese, gli accademici a un contesto così rigoroso è una lezione per tutti. E ci aiuta a vedere quanto in realtà siamo capaci, anche meglio di altri. Serve solo crederci e organizzarsi».

Una reputazione, in fondo, è fatta di coerenza e credibilità. Non basta piacere: bisogna convincere.

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