Ogni Caporetto ha la sua Vittorio Veneto, il successo premia la costanza

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Caporetto disfattaSappiamo che si usa metaforicamente il termine Caporetto per indicare una disfatta, anche personale o politica, di proporzioni catastrofiche. Ma l’uso di questa espressione non sta ad indicare una sconfitta definitiva.

Di fronte a uno scacco molto grave e inaspettato, è naturale lo stordimento. Avviene anche nella scherma, quando l’assalto viene bloccato bruscamente da un colpo d’arresto, il quale interrompendo all’improvviso il percorso del braccio armato, crea una perdita di equilibrio in tutto il corpo, un inciampo che agli spettatori sembra una goffa sorpresa.

Eppure il colpo d’arresto portato al braccio è raramente mortale. E infatti anche in allenamento il suo punteggio è relativamente basso, nonostante l’effetto apparentemente devastante. L’importante è ciò che avviene dopo.

Studiare l’avversario e adeguarsi

Innanzitutto è indispensabile modificare le forme a cui ci si è affidati, e che si sono rivelate sbagliate. Occorre modificare l’impostazione generale, adeguarsi all’avversario, affidandosi a regole semplici e comprensibili. Tradizionali. E se si ha a cuore la vittoria, bisogna ragionare sui motivi che hanno portato al fallimento.

Come a Caporetto, dove il 24 ottobre 1917, per una serie di errori strategici – su cui si sono scritte pagine e pagine di valutazioni di ogni genere – le forze austro-tedesche sfondano le linee italiane. Un disastro. Il Friuli è invaso, 12.000 morti, 30.000 feriti, 265.000 prigionieri. Le forze italiane, ricacciate oltre le sponde del Piave, sono condannate a una durissima e faticosa resistenza.

Certo, nei mesi successivi, non manca qualche successo. Per esempio, il 10 giugno 1918, quando al largo di Premuda, Luigi Rizzo con due Mas italiani avvista una squadra austriaca e affonda una delle due corazzate, la Santo Stefano.

E cinque giorni più tardi, sul fronte terrestre, le armate austro-ungariche scatenano un nuovo attacco sulla linea del Piave, ma si scontrano contro una tenace resistenza. È la “battaglia del solstizio”.

battaglia del solstizio

Seguire alcune linee chiave

Ma bisognerà aspettare un anno per vedere il tricolore sventolare a Trento e Trieste, con la battaglia di Vittorio Veneto. Per ottenere la vittoria, è stato necessario mettere in campo un’organizzazione difensiva consistente, e agire secondo alcune linee chiave. Le descrive bene lo storico Cosimo Enrico Marseglia su Eunomia, una interessante rivista di Storia e Politica Internazionale.

Oggi sarebbe utile ricordarle e tenerle a mente, perché ovviamente si applicano a una molteplicità di scenari:

– compiere diversi sforzi, in più settori, e in più direzioni;

– ognuno di questi sforzi, quando si rivela efficace, va immediatamente sfruttato, manovrando in profondità e ai fianchi;

– bisogna impegnare le riserve avversarie in settori diversi da quello dell’azione principale;

– è necessario cercare la sorpresa attraverso la celerità dell’organizzazione, e la massima tutela del segreto;

– soprattutto, in questi sforzi serve la continuità.

Come nel kendo non basta mettere a segno un colpo

Nel kendo, la scherma giapponese, non basta colpire. Il punto non viene assegnato dai giudici se chi l’ha ottenuto non supera l’avversario appena colpito, quasi come se attraversasse il suo corpo, arrivando a piazzarsi alle sue spalle, per poi voltarsi e mettersi di nuovo in guardia.

Bisogna andare fino in fondo

Il successo premia la costanza. Ad ogni manovra di rottura devono seguire manovre in profondità. Questa regola vale per tutte le cose. Ce la insegna chi ha vinto, ma ce la insegna soprattutto chi ha perso.

 

(dal Primato Nazionale, ottobre 2019)