Nella Babele di un mondo che ha smarrito la bussola

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Nel suo nuovo libro Salvatore Santangelo scrive da “storico del presente” svelando il vero volto della crisi globale.

Babele

Geosofia? Negli anni ottanta il geografo Patrick Mc Greevy la definì “lo studio del mondo come le persone lo concepiscono e lo immaginano”, rendendo in qualche modo più “appetibile” la definizione scelta nel 1947 l’inventore stesso di questa materia, John Kirtland Wright. Per Wright la geosofia era “l’esplorazione dei mondi che si trovano nella mente degli uomini”, una vera e propria dimensione mitica dell’attualità. Una materia …immateriale, perché studia le idee geografiche, che esse siano false o fondate, che a esprimerle siano “geografi oppure contadini, pescatori, imprenditori o poeti, scrittori, pittori, beduini o ottentotti”. A sentirlo così somiglia a un tuffo nel caos, eppure tutto sommato è ragionevole, visto che la nostra idea del mondo è per forza di cose largamente soggettiva. Appartiene alla sfera del nostro sviluppo personale, ai racconti dei nostri familiari, alla nostra comunità. Insomma, la percezione del mondo è anch’essa parte dell’identità di un popolo. In fondo, la geosofia è per la geografia quello che la storiografia è per la storia: si occupa della natura e dell’espressione del sapere geografico, nel passato e nel presente. Quindi al giorno d’oggi, in cui la moderna torre di Babele della globalizzazione porta culture e identità diverse non solo a incontrarsi, ma le costringe anche a vivere insieme, negli stessi luoghi, nelle stesse città, fare ricorso alla geosofia potrebbe rivelarsi essenziale. Salvatore Santangelo, giornalista, docente universitario ed esperto di politica internazionale, ha scelto di farlo nel suo ultimo libro, Babel (Castelvecchi, pp. 136 – euro 17,50), scegliendo questo speciale strumento di analisi per osservare l’evoluzione dei rapporti tra i grandi protagonisti dello sviluppo globale e il suo effetto sui popoli, e vestendo quindi i panni dello “storico del presente”. Franco Salvatori, presidente onorario della Società Geografica Italiana, ha detto che Santangelo sa “scrivere con rigore scientifico dei saggi avvincenti come noir”. È verissimo. Lo aveva fatto in “Manager/Politico Politico/Manager” (Franco Angeli) raccontando l’illusione tecnocratica poi realizzatasi nell’esperimento Monti, poi con GeRussia (Castelvecchi) sulle strategie sotto traccia che legano Germania e Russia nella geometria energetico-infrastrutturale del NordStream. Il suo nuovo libro Babel si legge come un romanzo, solo che i protagonisti sono loro, i sintomi della profonda crisi del mondo globale, avulsi dalla raffigurazione quotidiana alla quale siamo abituati. Passando dall’accademico al cinematografico, dall’analisi politica all’horror sci-fi, è come se Santangelo avesse scritto Babel indossando i famosi occhiali di “Essi Vivono”. Attraverso quelle lenti – come nel film culto di John Carpenter – non sono i volti degli invasori alieni ad apparire nella loro reale mostruosità, ma sono invece le crisi globali ad apparirci in forma inadulterata: l’internazionalizzazione dei mercati, le tempeste finanziarie, le crescenti conflittualità religiose, le tensioni nel continente africano e nel quadrante eurasiatico, e naturalmente la pressione migratoria che viene sospinta e amplificata da una rete di conflitti, Afghanistan, Iraq, Libia, Siria, per fare solo alcuni degli esempi più esplosivi. Il libero mercato e l’integrazione economica non hanno affatto creato un mondo senza guerre. Anzi, la globalizzazione, con il suo processo di omologazione, non ha fatto che amplificare i contrasti, portando lo scontro su diversi livelli, compreso quello economico. Un vero e proprio vortice nel quale riescono faticosamente a mantenere le loro posizioni grandi potenze globali come Stati Uniti, Russia, Giappone, ma anche Cina e India, e che si rispecchia nel contempo in un apparente collasso delle istituzioni multilaterali, il cui richiamo è come sterilizzato da un nuovo impulso alla frammentazione, dalla riscoperta delle identità particolari. Non servono gli occhiali di John Carpenter per accorgersi che ci troviamo, di fatto, in un’altra guerra mondiale. Un conflitto multiforme, combattuto su più fronti, iniziato l’11 settembre del 2001 e tutt’ora in corso. Non è esclusivamente militare, è anche e soprattutto economico, finanziario, tecnologico. Culturale. Alcune anime belle – ma sappiamo come appaiono davvero, una volta indossati certi occhiali – vedevano il futuro del nostro mondo come quello di un vasto mercato planetario, un’immensa zona di libero scambio. Questa visione è andata a scontrarsi con quella ben più realistica di un equilibrio tra grandi blocchi continentali, tra potenze autonome, civiltà (chiamiamole con il loro nome) ben definite tra loro. Sono emersi prepotentemente dei concetti alternativi al progetto mondialista, che auspicano un equilibro tra culture, tra identità, capace di imbrigliare i processi di globalizzazione, garantendo nel contempo il permanere della diversità tra gli stili di vita e le culture, vera ricchezza dell’umanità. Santangelo individua tre flussi principali alla base del mondo globale: il flusso di informazioni, il flusso di esseri umani, il flusso di merci e denaro. Oggi ognuno di questi flussi ne sta generando altrettanti contrari. È il fenomeno del blowback: dazi e tariffe, censura e controllo dell’informazione, blocco delle frontiere. Babel appare come uno dei capitoli-chiave di una vera e propria avventura umana, dove improvvisamente assistiamo alla rinascita del concetto di nazione, e contemporaneamente alla profonda crisi della cosiddetta “categoria del progresso”. Ma non è detta l’ultima parola, perché se è vero che oggi i populismi e i sovranismi appaiono vincenti, o almeno sembrano in grado di coagulare il consenso, le forze della globalizzazione sono altrettanto potenti. Con Babel, Santangelo offre delle chiavi per decifrare quale potrebbe essere lo sbocco di questo conflitto epocale, quale potrebbe essere il nuovo nomos del globo terrestre.

(dal Primato Nazionale, gennaio 2019)