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Il ritorno al kendo e l’eterna regola: l’avversario è il tuo maestro.

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Le poche volte che mi è capitato di praticare il kendo in Europa, mi ha meravigliato il fatto che nei dojo si parli, che ci sia molta interazione tra maestro, sempai e kohai.

In Giappone, almeno nella mia esperienza, non si parla per niente. C’è solo una serie di ordini, di richiami, di convenzioni per cui si inizia un tipo di esercizio o un altro. Non ci sono domande da fare ai sempai, né tantomeno al maestro.

Non ci sono nemmeno spiegazioni, salvo quando il maestro introduce una tecnica nuova. In quel caso si sta tutti in piedi, immobili, a guardare il maestro mentre spiega la tecnica, il waza.

Quando ha finito, chiede: avete capito?

E tutti dicono: sì!

Anche quella domanda è una convenzione. E’ impensabile interrompere l’allenamento per farsi spiegare di nuovo qualcosa. Si guarda e basta. Se non si capisce, si guarda come fanno gli altri.

Le poche volte che il maestro mi ha rivolto la parola per correggermi o farmi notare qualcosa, ho cercato di ricordarmi per filo e per segno ogni cosa che mi ha detto, e una volta a casa me lo sono segnato.

Spesso ho trovato che il giudizio su alcuni miei difetti tecnici poteva applicarsi in generale anche a dei miei difetti di comportamento.

Raramente, quando il maestro ne ha voglia, può capitare che proponga a due o tre dansha di andare a bere una cosa dopo l’allenamento serale.

Quelle sono le uniche occasioni in cui si può parlare liberamente, fare domande, purché non siano riferite a se stessi. Gli argomenti sono generali.

Le rare volte che mi è capitata questa preziosa opportunità, mi sono accorto che la mia tecnica è migliorata, e con essa probabilmente anche qualcosa nella mia vita.

*      *     *

L’avversario è il tuo maestro.

Nelle orecchie schiacciate dalla maschera, dal men, il suono del respiro scandisce il tempo come un faro pulsante che ti riempie dal torace alla testa.

Dentro, fuori, dentro, fuori.

Il nodo dietro la nuca è molto stretto, il sudore bagna le tempie, le sopracciglia, e scende fino a sotto il labbro inferiore. Fa sembrare ancora più morbida e aderente l’imbottitura di cotone blu scuro, ancora più tuo e solo tuo questo men, e la sua griglia di acciaio.

La punta della tua arma segue una linea ideale che passa tra la gola e lo sterno dell’avversario. Lo stesso fa la sua.

Lui è il riflesso delle tue scelte.

I suoi occhi cercano il momento per attaccare, senza mai allontanarsi dai tuoi. Proverà a spingerti, a costringerti, e quando reagirai ti colpirà dove sei più debole. Si concentrerà su di te, studierà i tuoi movimenti, registrerà i tuoi difetti.

Nello stesso modo tu dovrai studiare lui, scoprire quali siano le sue paure, quali parti del corpo stia coprendo più delle altre. Dovrai leggere lui come leggeresti un libro su te stesso.Dovrai conoscere il suo ritmo senza seguirlo, osservare i suoi passi senza vederli.

Non dovrai mai staccare i tuoi occhi dai suoi. Il tuo sguardo non si soffermerà mai sulla sua maschera, sul suo do, la sua corazza, sui suoi kote, i suoi polsi, né sulle sue spalle che si alzano e si abbassano per il respiro.

Perché tutte queste cose sono la superficie. Tu invece guarderai tutto quanto insieme, come fossero due stelle lontane e una montagna. Con gli occhi dovrai penetrare quella superficie e arrivare più profondo; dovrai trovare in che luogo risiede, e in quale momento si crea la volontà del tuo avversario. Solo in questo modo potrai governare la tua.

Allora all’improvviso la tua volontà e quella del tuo avversario si legheranno una con l’altra, si rivolteranno, si trascineranno, si incontreranno e si scontreranno come sul dorso di un dragone.

Esisteranno solo due volontà e due spade, e tutto potrà succedere.

E tu colpirai dove penserai di trovare la sua debolezza, e lui colpirà dove penserà di trovare la tua, e il dragone scenderà giù ripido, o si innalzerà fino alle vette.

Allora verrà il momento in cui sciogliere i nodi della maschera, dimenticare la spada e afferrare il dragone.

Quando non avrai più maschera, e l’aria sarà fresca nelle tue narici, avrai compreso.

 


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