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“Doromizu” il thriller dal sapore nipponico già pronto per una serie tivù. Tra karaoke, night e luci rosse (Libero, 5 marzo 2016)

 

doromizu vattani

Mario Vattani non è mai lì dove ti aspetti di trovarlo. Diplomatico, ex console a Osaka, te lo immagini in ricevimenti altolocati e incontri istituzionali, non certo a cantare a una festa di CasaPound, dove lo pizzicò l’Unità, montando una caccia alle streghe ovviamente e giustamente archiviata, perché il fatto non costituisce reato né colpa professionale, etica o politica. Musicista, quindi, sotto la sigla Sottofasciasemplice. Ti aspetteresti allora di trovare la sua ultima fatica nello scaffale dei cd. E invece lui si presenta con un romanzo, Doromizu (Mondadori, pp. 363, € 20,00). Il libro è poi una sorpresa nella sorpresa.

Perché il romanzo è ambientato nel Paese del Sol Levante, non poteva essere altrimenti, e allora ti aspetteresti il Giappone eterno, quello dei fiori di ciliegio che rifulgono nel riflesso di una spada ben affilata. E invece, aprendo Doromizu, ti ritrovi in piena Tokyo decadence, tra night club, stanze da karaoke e pornografia pixellata. C’è sesso, tanto sesso: quello che cercano i turisti rapaci nei quartieri a luci rosse, quello che il protagonista fa

con le figure femminili un po’ bambine e un po’ mistiche che incontra nel suo tragitto, quello sordido che egli si ritrova a riprendere quando trova lavoro come cineoperatore di pellicole hot. C’è una serata di bagordi che non finisce come dovrebbe, uno zaino pieno di yen, dei tizi che forse fanno parte di «quelli lì», come la gente chiama gli yakuza. Fra queste maschere da teatro kabuki si muove Alex, cineasta perdigiorno in quel di Tokyo, città che egli inizialmente vive con uno spirito vagamente Erasmus. Poi le cose cambieranno.

Alex è italiano, ma non parla mai dell’Italia, se non quando, in un ricordo d’infanzia, si rivede mentre cerca i nostri eroi di guerra in alcune illustrazioni della Seconda guerra mondiale. Ma non ci sono mai, vengono ritratti solo inglesi e tedeschi. Alex parla giapponese, ragiona da giapponese, frequenta solo giapponesi. Il libro è, anzi, proprio la storia del suo divenire giapponese: ha un senso il fatto che, man mano che la storia va avanti, tutti i personaggi occidentali si rivelino degli idioti o dei traditori. Solo che Alex giapponese non lo è, non lo sarà mai. Non a caso viene costantemente scambiato per americano o francese. Agli appuntamenti arriva sempre in anticipo, quasi a imitare la proverbiale precisione nipponica, ma con il vizio dell’ipercorrettismo che tradisce un ineliminabile eccesso di zelo da neofita. E più si va avanti, più cresce la sua consapevolezza, ma anche gli equivoci, i problemi, le contraddizioni.

«Doro-mizu», in giapponese significa “acqua torbida”. Se il «mizu-shobai», il «mercato dell’acqua» è quello dell’intrattenimento, il «doromizu kaigyou», il «mercato dell’acqua torbida», è quello del sesso. Ma è anche la mancanza dell’acqua cristallina in cui rispecchiarsi, in cui vedere con chiarezza chi si è, da dove si viene. Una visione che sfugge sempre, come quei soldati italiani ricercati nelle illustrazioni, ma che non c’erano mai. Come i soldati giapponesi delle vecchie foto, sereni e sorridenti di fonte alla morte, simbolo di quell’autenticità che Alex è andato a cercare dall’altra parte del mondo, e invece ha trovato altro: un mondo ambiguo e, appunto, torbido. Ma qui è iniziato un percorso iniziatico simboleggiato dal suo tatuaggio tradizionale, un dragone che gli attraversa la schiena e che si viene a comporre pagina dopo pagina, fino ad aprire simbolicamente i suoi occhi sulla forza della lealtà e della comunità, incarnate dalla family allegra e un po’ malandrina del suo tatuatore.

Ma è stato un attimo, come il ciliegio che fiorisce e che, notoriamente, rappresenta l’uomo per eccellenza, il samurai. Quell’istante di perfezione, però, è fragilissimo, dura lo spazio di un tramonto, sfiorisce subito. Il resto è ricerca dell’ordine in mezzo al disordine, distillazione della luce a partire dal buio. Nulla di tutto questo è facile, ma bisogna tentare, cercando di fare del proprio meglio. Francis Ford Coppola ha detto una volta di Apocalypse Now: «Il mio non è un film sul Vietnam. Il mio film è il Vietnam». Forse Doromizu non è un libro sul Giappone. È il Giappone.

 

Adriano Scianca

 

 


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