L’Africa è nella morsa della jihad

Conversazione sul nuovo libro di Marco Cochi
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Nairobi Cochi Vattani“Tutto cominciò a Nairobi” (Castelvecchi, p. 144, 17,50 €) è il secondo libro che il giornalista Marco Cochi scrive sull’Africa. Quello precedente “L’ultimo mondo. L’Africa tra guerre tribali e saccheggio energetico” (Kappa), vinse nel 2007 il premio letterario internazionale “Archè Anguillara Sabazia Città d’Arte”. Cochi, che alla Farnesina è noto come analista per l’Africa sub-sahariana del think tank di geopolitica Il Nodo di Gordio, insegna alla Link Campus University su una tema chiave, il governo dei flussi migratori, ed è anche ricercatore su fondamentalismo religioso e jihadismo all’Università della Calabria.

L’ho incontrato per parlare del suo ultimo lavoro, ricordando che ho collaborato con lui tra il 2008 e il 2011, quando ero Consigliere Diplomatico del Sindaco di Roma, e lui dirigente per le relazioni internazionali. Nel 2009 durante la Presidenza italiana del G8, curammo insieme l’organizzazione del “Civil G8″, una sessione speciale degli sherpa con i rappresentanti della società civile, che sottolineò l’attenzione che la presidenza italiana dedicava ai temi dello sviluppo. Cochi riuscì in quegli anni a rafforzare il programma di cooperazione decentrata, un efficace strumento d’azione non solo nei confronti del mondo dell’associazionismo e del volontariato, ma anche delle comunità migranti presenti nella capitale.

Vattani: Negli ultimi anni il fenomeno del terrorismo jihadista nel continente africano sta diventando sempre più preoccupante.

Cochi: Dal 2006 gli attacchi in Africa sono aumentati del mille per cento. Una situazione inquietante che conferma come la crescente diffusione del terrorismo nel continente stia alimentando conflitti, divisioni, instabilità, oltre a danneggiare lo sviluppo. Il terrorismo agisce come un vero e proprio parassita sulle economie dei numerosi paesi africani interessati al fenomeno.

Vattani: Stupisce la scarsa informazione che i media riservano alle vicende del continente africano, oltretutto su un argomento attualissimo.

Cochi: Il fatto è che oggi l’Africa è il nuovo scacchiere dove giocare la partita contro il terrorismo jihadista. Ho scelto di approfondire l’argomento considerando che in italiano era già stato scritto solo un altro libro, e che l’informazione mainstream spesso sottovaluta il fenomeno dell’insorgenza jihadista, che invece interessa ben 12 paesi africani.

Vattani: Nel libro parti dagli attacchi dell’agosto 1998 alle ambasciate americane in Africa orientale e studi l’evoluzione della minaccia jihadista in Africa. Quali sono attualmente i principali gruppi jihadisti attivi nel continente?

Cochi: Ad oggi sono Boko Haram, al-Shabaab e la Jama’at Nusrat al-Islam wal Muslimeen (Gruppo per il sostegno dell’Islam e dei musulmani – Gsim), con la benedizione di al-Qaeda nel Maghreb Islamico, che dal 2 marzo 2017 ha riunito sotto un’unica sigla i principali gruppi legati ad al-Qaeda attivi nel Sahel. Le dinamiche operative di questi movimenti evidenziano vari fattori, tra cui spiccano la ferocia, le divisioni, e l’uso impressionante di donne kamikaze da parte del gruppo nigeriano Boko Haram, l’espansione in Africa occidentale di al-Qaeda nel Maghreb Islamico e la strenua resilienza di al-Shabaab in Somalia.

Vattani: Citi spesso le divisioni tra al-Qaeda e lo Stato islamico, ma spieghi anche che la rivalità tra le due organizzazioni non è uguale in tutte le regioni interessate dal fenomeno.

Cochi: L’emergere dello Stato islamico negli ultimi anni ha portato molti jihadisti africani ad allontanarsi da al-Qaeda per unirsi al califfato di al-Baghdadi. Ad esempio, nell’ottobre del 2015 una cellula di al-Shabaab composta da una ventina di membri si è staccata e ha giurato fedeltà a Daech, dando così vita a una costola dello Stato islamico in Somalia. Uno scenario simile si è verificato lo stesso anno nell’Africa saheliana, dove uno dei capi di al-Murabitun, Adnan Abu Walid al-Sahrawi, ha annunciato il passaggio del gruppo sotto la bandiera del Califfato. Ciò ha provocato una frattura all’interno della fazione jihadista, visto che l’altro leader, Mokhtar Belmokhtar, il terrorista più ricercato dell’Africa, decise di confermare la sua fedeltà ad al-Qaeda. Eppure non si può parlare di una dicotomia tra al-Qaeda e Isis nella fascia desertica saheliana. Alcune volte i gruppi attivi nella vasta area convergono, collaborando negli attacchi contro le forze militari occidentali, considerate come il vero nemico da colpire. Questa situazione mette in evidenza l’unicità del jihad nella fascia desertica saheliana, dove ogni realtà opera in un raggio d’azione ben preciso, senza interferire con quello delle altre fazioni.

Vattani: L’insorgenza jihadista in Africa può avere conseguenze anche in Europa.

Cochi: Il fenomeno ci riguarda da vicino, e gli indizi provenienti da recenti attacchi in Europa sono assai eloquenti. Esiste un recente rapporto della Fondazione per la difesa delle democrazie di Washington, secondo cui negli ultimi cinque anni gli attentati contro gli obiettivi occidentali in Africa sono più che triplicati.

Vattani: Nella tua analisi la risposta militare sembra non essere l’unica efficace.

Cochi: Le azioni militari costituiscono un forte deterrente all’insorgenza jihadista in questo vasto territorio. Con il passare del tempo le modalità con cui vengono compiuti gli attentati diventano più sofisticate, quindi è necessario mantenere alta la guardia. Ma l’azione militare da sola non è sufficiente a debellare i gruppi armati. Per poter arginare il problema bisogna dare segnali concreti nella lotta alla disoccupazione, fattore che contribuisce fortemente alla crescita del terrorismo in Africa sub-sahariana, dove ogni giorno 33 mila giovani si mettono alla ricerca di un lavoro, e il 60% rimarrà deluso. Per milioni di ragazzi africani la realtà è fatta di sacche di povertà estrema, abbandono delle campagne e urbanizzazione forzata, senza alcuna prospettiva. Una condizione di frustrazione che può risolversi anche con l’affiliazione a gruppi estremisti. Dati e studi alla mano, si comprende che in quella scelta fatale la religione incide in maniera molto minore della condizione economica.

 

(Il Primato Nazionale, ottobre 2018)