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Tempi duri per la Yakuza. Crisi economica e stretta sulle gang stanno decimando gli storici clan del Sol Levante.

yakMolte cose sono cambiate da quando nel 1970 uscì il film di Kinji Fukasaku “Jingi Naki Tatakai” (lotta senza onore) una versione giapponese de Il Padrino, protagonista la yakuza.

Fukasaku, noto anche per film violenti e strani come “Battle Royale”, è uno tra tanti registi giapponesi che hanno dedicato più di una pellicola alla yakuza. Tradotti e distribuiti in occidente i film di Takashi Miike o Takeshi Kitano, meno noti invece al nostro pubblico i più vecchi di Seijun Suzuki, Sadao Nakajima o Teruo Ishii. Fatto sta che ormai sappiamo riconoscere i tatuaggi tradizionali, stringiamo i denti quando appare sullo schermo il tipico coltello dal manico di legno, infilato dritto nel tatami, pronto a tagliare via in un colpo solo l’ultima falange dal mignolo di chi ha sbagliato.

Dagli inizi del cinema nipponico i personaggi della yakuza appaiono regolarmente, e non sempre raffigurati come violenti e crudeli. Tora san, maldestro e bonario personaggio principale nella lunga serie “Otoko wa tsurai” (è dura essere uomini) seguita da generazioni di giapponesi di ogni età dal 1969 al 1995 – è lui stesso un affiliato. Tora san è un tekiya, un venditore ambulante, una delle due categorie che sin dal periodo Edo vengono identificate con la yakuza. L’altra è quella dei bakuto, i giocatori d’azzardo. Di qui il nome ya-ku-za, che significa 8-9-3, la mano perdente nel vecchio gioco dell’oicho kabu. Immagine sfortunata come tante scelte in occidente per scaramanzia da chi ha optato per l’altra strada: l’Ace of Spades dei motociclisti, il teschio dei pirati, il 13 delle gang americane.

Sembra però che adesso la sfortuna abbia colpito la yakuza, e proprio nei numeri. Secondo un recente rapporto della polizia giapponese, negli ultimi quattordici anni il numero dei suoi membri è diminuito rapidamente, raggiungendo nel 2017 il minimo storico. Il totale di affiliati ammonta oggi a 16.800, un calo di circa 1.300 unità rispetto all’anno precedente.

Sembra strano citare cifre così precise, ma il fatto è che a differenza di altre organizzazioni simili nel mondo, la yakuza non si nasconde, non fa segreto dei suoi simboli, delle sue sedi. Così sin dagli anni ’50 la polizia giapponese dispone di un quadro abbastanza chiaro delle principali kumi (i clan) e dei rispettivi affiliati.

La famosa Yamaguchi-gumi ha perso in un solo anno 500 membri, per arrivare adesso a soli 4.700 affiliati. I suoi “nemici” della Kobe Yamaguchi-gumi, che ammontavano a circa 2.500, hanno a loro volta perso circa 100 iscritti. Se nel 2016 furono registrati 42 episodi di violenza tra le due principali kumi, negli otto incidenti avvenuti nel 2017 vi sono stati solo un morto e quattro feriti.

Per capire l’entità di questo calo, bisogna considerare che alla fine degli anni ’80 la yakuza poteva contare su circa 90.000 membri in tutto il Giappone, che facevano soldi sia legalmente sia illegalmente. Tipici campi d’azione erano la finanza, l’immobiliare, l’edilizia, l’intrattenimento, il reperimento della forza lavoro per attività pericolose (vedi le centrali nucleari), le demolizioni, la gestione dei rifiuti industriali, la liquidazione di società, il recupero crediti e la risoluzione delle controversie all’interno dei rispettivi territori.

Ma dal 1992 le nuove leggi sui boryokudan (organizzazioni violente) hanno privato le kumi della possibilità di gestire aziende legittime. Ora devono fare affidamento principalmente ad attività semi-legali come prostituzione e gioco d’azzardo, e a quelle illegali, principalmente traffico di stupefacenti e truffe telefoniche.

All’origine, nella Yamaguchi-gumi la droga era tabù, ma ormai la banda chiude un occhio sulle attività private dei suoi singoli membri. E’ un commercio rischioso, in Giappone le pene sono severissime, ma la sopravvivenza del gruppo dipende anche dagli alti rendimenti ottenuti dalle vendite di droga, soprattutto le metanfetamine. Dal canto loro, le truffe telefoniche ai danni degli anziani hanno ben poco a vedere con l’immagine cavalleresca che la yakuza ama dare di sé. Infine vi sono nuove aree privilegiate per le frodi, come il prestito online peer-to-peer e le criptovalute.

Ciò detto, l’insieme di queste attività non raggiunge nemmeno un decimo dei profitti su cui la yakuza poteva contare prima del ’92.

Un tempo, chi avesse bevuto il saké dalla stessa tazza del capo, il rito per diventare jikisan (affiliato), aveva il diritto di fregiarsi con lo stemma della kumi, e con il suo gruppo di giovani pronti a tutto poteva realizzare il sogno del gangster, armi, case, automobili e donne.

Ma oggigiorno guadagnarsi da vivere come membro della yakuza sta diventando molto difficile, e le quote associative della Yamaguchi-gumi equivalgono a circa circa 6000 euro al mese. Di qui nell’agosto 2015 la ribellione della fazione di Kobe, che diventò indipendente e fissò per i suoi jikisan una quota di 300.000 yen mensili, poco più di 2000 euro, presto rivelatasi troppo bassa per mandare avanti l’organizzazione. Al primo tentativo nell’aprile del 2017 di alzare la quota, la fazione si divise ancora, dando vita alla Ninkyo Yamaguchi-gumi.

Questa la fase più recente del progressivo sgretolamento di un clan nato nel 1915, quando un ex pescatore di Kobe, di nome Harukichi Yamaguchi, riunì circa cinquanta marinai sotto il nome di Yamaguchi-gumi. Partendo dall’organizzazione dei portuali, il gruppo iniziò poi a gestire anche gli spettacoli dei naniwabushi, una forma popolare di recitazione. A margine degli eventi si iniziò a organizzare il gioco d’azzardo, passando poi alla sicurezza nei teatri e nei luoghi di intrattenimento. Il figlio di Harukichi Yamaguchi, Noboru, subentrò come leader, ma morì nel 1942 a 41 anni per le ferite riportate in un rissa. Durante la seconda guerra mondiale, la maggior parte dei giovani giapponesi venivano arruolati, quindi la Yamaguchi-gumi rimase dormiente. Fu solo quando Kazuo Taoka fu nominato leader della terza generazione, nel giugno del 1946, che iniziò a crescere la fortuna della kumi, di pari passo con il boom economico. Fino ad arrivare ai primi anni ’90, quando si riteneva che l’allora capo della Yamaguchi-gumi, Yoshinori Watanabe, e il suo luogotenente Masaru Takumi potessero contare  entrambi su capitali di decine di miliardi di yen.

Altri tempi. Oggi “è dura essere nella yakuza”, direbbe Tora san.

 

 

 

(da Il Primato Nazionale, giugno 2018)