RSS

Dal Fatto Quotidiano intervista di Malcom Pagani: “Vattani, soldato nero: sono anarchico ma mi candido” (23 dicembre 2012, p. 8)

 

photo fattoIl Fatto Quotidiano (23 dicembre 2012, pagina 8) – intervista a Mario Vattani, di Malcom Pagani.

Titolo: Vattani, soldato nero: “Sono anarchico, ma mi candido”

“Ho nascosto labari e croci runiche per il tempo necessario al nostro colloquio. Appena concludiamo ovviamente riappendo tutto”. In una casa romana con vista sulle rovine, l’ex Console italiano in Giappone alterna alla ricostruzione di un percorso interrotto tra le ombre, l’ironia nerissima. La doppia vita di Mario Vattani è un film dal finale aperto. Da poche ore, sparse le ceneri di una carriera diplomatica durata 22 anni, Vattani ha deciso di candidarsi alle elezioni. Capolista al Senato in Campania per “La Destra” del “sobrio” Storace: “Il suo sì è molto bello”.

Il cerchio delle contraddizioni che si chiude. Mario il “fascista”. L’uomo dello Stato che accoglie il Dalai Lama in grisaglie. Il figlio di papà (Umberto) segretario generale della Farnesina in un’eterna reggenza secolare Andreotti-Berlusconi.

Il cantante tatuato che con i “Sottofasciasemplice” suona rock identitario con Gianluca Iannone di Casa Pound e, scoperto, incassa la riprovazione dell’intero arco Costituzionale, del ministro Terzi in persona e del vecchio amico Alemanno: “Sanzioni per una brutta performance”.

A 46 anni, dopo 12 mesi di processi interni, scontri, sospensioni e ricorsi, Vattani lascia l’aspettativa e saluta. Alle recenti ragioni che gli hanno riconosciuto i tribunali Tar del Lazio, ha preferito la politica.

Ride spesso, fuma molto, veste in tuta.

Sembra liberato: “Ho vissuto per mesi in una situazione kafkiana”.

Beh adesso non esageriamo..

“Si invece. Grottesca. Sottoposto a un’aggressione a mezzo stampa senza precedenti. Costretto a difendermi davanti a una commissione che mi chiedeva ragione del mio saluto romano bloccato in un fotogramma e pretendeva dimostrassi che le mie canzoni non erano autobiografiche. È stato penoso. In quel concerto messo in rete da L’Unità non ho mai fatto un saluto romano. Non lo faccio più da tempo e non l’avrei fatto quella sera. Da molti anni non faccio militanza, non partecipo ai “presente”, non vado in piazza, ma non dico che non l’ho mai fatto. Affermo qualcosa di più importante”.

Cosa, Vattani?

Cambiano le origini di quelle emozioni e quindi anche le origini di quelle azioni. Però cresciamo. Cambiamo idea. Ho scritto canzoni che non riscriverei? Sicuramente. È ovvio. Banale. Ma cancellare il passato non mi interessa. La mia politica ha sempre coinciso con l’estetica, rifiutando qualsiasi forma di persecuzione a iniziare dal razzismo. Disegnarmi come un soldatino politico in divisa nazista è allucinante.

Non negherà di essere di destra?

Non appartengo a nessuno, soffro gli inquadramenti, detesto la prevaricazione e ho molti amici anche a sinistra. La rassicura? Cantare è solo un modo per ritrovarmi altrove. Studiare il mio percorso artistico in vista del processo non è stato piacevole, ma riascoltandomi non mi sentivo un mostro. Nei testi delle mie canzoni dico cose semplici. Sostengo che la radice della pianta odierna dà pessimi frutti e bisognerebbe chiedersi perché. Si può ragionare seriamente di questo? Condannare l’assunto? Io dico di no.

E di fascismo si può ragionare?

Vede. Si arriva sempre a questo. Lei è fascista? Me lo chiedono sempre. È una domanda aggressiva a cui bisognerebbe non rispondere. È un ordine. È come dire: “si spogli”. Che tu neghi, sfumi o rivendichi l’appartenenza, hai perso comunque. “Sì, sono fascista”. Per chiunque sia nato nella mia generazione, è una risposta sbagliata.

Lei è del 1966.

Il fascismo non c’è più e non esiste un partito fascista, ma questa mania di eliminare un pezzo della propria storia è sospetta. Tipicamente italiana. In Egitto a nessuno viene in mente di cancellare Nasser, come sarebbe assurdo sostenere che Saddam non faccia parte dell’epopea irachena. L’Italia però non nasce nel ’47. Si possono difendere molte cose fatte in Italia durante il Fascismo e io mi sento di farlo. Come si può allo stesso tempo condannare o vergognarsi profondamente di altre.

Solo di alcune?

Delle leggi razziali. Dell’esclusione di medici e professori ebraici dalla vita civile. Delle deportazioni. Posso indignarmi per alcuni aspetti, riscoprirne altri e biasimare le tante giustizie sommarie che durante la guerra civile, sarebbe ora di chiamarla con il proprio nome, si sono consumate in nome della democrazia.

Lei ha giurato sulla Costituzione, non può abbandonarsi ad apologie.

Non faccio apologie e non sono mai venuto meno al giuramento. Sono italiano. Devo e voglio rispettare la Costituzione. L’ho sempre fatto. Mi chiedo se l’abbiano fatto le anime belle di Articolo 21, quelli che volevano farmi arrestare e destituire per aver scritto canzoni non conformi, o i tanti diplomatici che con i loro omologhi, in circostanze che avrebbero consigliato una tenuta istituzionale, deridevano Berlusconi nei contesti internazionali.

Difende pure Berlusconi?

Difendo il princìpio. Quando ero bambino, in Inghilterra, in collegio giocavamo alla guerra. Gli italiani erano descritti sempre malissimo. Grasse macchiette, soldati inaffidabili: “Il carrarmato italiano: una marcia avanti e quattro indietro”. Mi ribellavo allora, rifiuto la stessa logica oggi.

Il soldato Vattani.

Senta. Noi non ci vestivamo in un certo modo per “essere”. Cercavamo un’identità altrove. Una riconoscibilità. Più ci dicevano “cambiate”, meno ci veniva desiderio di farlo. Però dal Fronte della Gioventù uscii per divergenze intellettuali. Di “militare” marciando non mi è mai importato nulla. Dipingo, sono curioso, detesto i bigotti. Quelli che mi indicavano le cose giuste e quelle sbagliate. I maestrini d’eleganza dal triplo cognome. Ogni riferimento al governo è voluto.

Ai tempi in cui cantava nel gruppo “Intolleranza” lei era considerato un brutale picchiatore. Finì sotto processo per l’assalto subìto da alcuni ragazzi di sinistra al Cinema Capranica di Roma.

Sono stato assolto con formula piena, proprio grazie al ricordo degli aggrediti. Grazie a dio. È una storia passata.

Come la carriera diplomatica.

Ventidue anni. I miei figli (giapponesi come la moglie ndr) piccoli, mi vedono a casa, forse non sapranno mai che lavoro facevo. Gli ultimi mesi a Osaka sono stati incredibili. Il ministero mi aveva mollato. Terzi non mi aveva fatto neanche una telefonata. I commentatori infierivano sul raccomandato, vecchi amici come Alemanno, senza che me ne stupissi, avevano chiesto sanzioni in tv.

Quindi?

Con il personale in loco ce la siamo cavata benissimo. Un funzionario è venuto da me, serissimo: “Non sono minimamente d’accordo con lei, ma lavoreremo come se nulla fosse”. Mai fatti tanti incontri in pochi mesi. Senza istruzioni, guidavamo una nave pirata. Ma una nave pirata pur avendo bandiera nera, funziona esattamente come tutte le altre. Con la stessa disciplina.

Bandiera nera. Torniamo sempre lì.

Il simbolo anarchico. A volte mi sento così. E sto benissimo.


Comments are closed.