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“Io, Casapound e Alemanno… Memorie nere di un Diplomatico” di Teresa Ciabatti (dal Venerdì di Repubblica, 1 maggio 2014)

10177991_275022009342419_4432921143610599669_nCredo che si percepisca chiaramente. Che mi muovo male. Che mi muovo troppo. Che occupo troppo spazio invisibile intorno a me”. Questo è l’incipit del romanzo di Mario Vattani, 48 anni, diplomatico, figlio di Umberto Vattani, diplomatico e unico a essere stato per due volte segretario generale della Farnesina. Una carriera rapida, quella di Mario, che lo ha portato a essere console in Giappone. Poi la caduta: fotografato a cantare col suo gruppo rock identitario (Bandiera nera, Squadristi, W l’Itaglia…) a Casapound. Il braccio di Vattani che si alza in quello che sembra un saluto fascista. Convocazione della commissione disciplinare, pena: quattro mesi di allontanamento dalla diplomazia. E tornano a galla vecchie vicende del passato come un pestaggio dal quale è stato assolto con formula piena. Oggi Mario, sposato con una giapponese, padre di due bambini, si è preso un anno di aspettativa, con un incarico di ricerca in un’università di Tokyo. Un anno in cui, oltre a studiare, ha scritto Il fiume di fuoco e di profumo, romanzo di prossima uscita in Giappone.

E in Italia?

Non l’ho mandato a nessun editore. Per adesso.

Di cosa parla il libro?

È un viaggio dentro me stesso attraverso la storia d’Italia e Giappone.

Proprio necessario?

Indispensabile.   

Dica la verità: tornerebbe a cantare a Casapound?

Non ci sarebbero le condizioni. Il mio gruppo non esiste più.

Condizioni a parte, lei ci ha messo del suo.

In genere ai diplomatici si lascia suonare blues, jazz. Se dipingono, dipingono paesaggi. Il mio errore è stato non essere me stesso. Avrei dovuto dirlo subito: nella mia vita privata ho fatto musica punk rock, ho scritto canzoni su personaggi tremendi dall’esperienza sanguinaria. Mi sono travestito da mostro per poi liberarmi. Niente blues, niente Baglioni, niente paesaggi dipinti. Ecco, avrei dovuto dirlo subito, e lottare perché venisse accettato. Oggi in qualche modo mi sento liberato. Dal mio avversario ho imparato che non bisogna nascondersi. Ho visto il mio errore e, come si fa nel Kendo, ringrazio l’avversario.

Cosa risponde all’accusa di apologia di fascismo?

Il fascismo è morto nel ’45. Io sono nato nel ‘66, ho fatto un giuramento alla Repubblica e sono fedele alla Costituzione. Poi ho delle opinioni, certo. Delle opinioni per esempio su come è stata raccontata la storia del nostro paese. Male, a mio parere. Con la divisione buoni cattivi. Quando si tratta di uomini armati, da una parte e dall’altra, non si può parlare di buoni e cattivi.

Eppure lei non pare così neutrale, su quel palco faceva il saluto romano.

Senta, so benissimo cosa faccio e cosa non faccio. Ho già risposto a questa domanda. Non dico che nella vita non ho mai fatto il saluto romano. Dico che sul palco di Casapound non l’ho fatto. Guardi il video, non i fotogrammi ritagliati ad arte. Si vede chiaramente che faccio, a mano aperta, il segno “cinque” nel chorus della canzone che dice “… tra cinque anni”. Infatti nell’ultima memoria del ministero mi si contesta di aver fatto non il saluto romano ma “gesti evocativi del saluto romano”.

Per come sono andate le cose, si è sentito sotto processo?

A vent’anni di distanza mi sono ritrovato nella sala dove ho sostenuto il concorso diplomatico. Più che un processo è stato un secondo concorso. Così l’ho vissuto.

Come andò il primo?

Primo agli scritti e primo agli orali.

Il cognome avrà avuto il suo peso.

Il cognome è reso noto solo agli orali, e può valere in bene e in male.

E al secondo concorso, ovvero la commissione disciplinare, come è arrivato?

L’ho superato, ma diciamo fra gli ultimi.

Teme il fallimento?

Come fai a vincere se non hai perso? Nelle canzoni e nel romanzo il percorso è sempre lo stesso: dal buio alla luce. La sofferenza è la via per la salvezza. Il fallimento non mi spaventa, mi alleno per il fallimento definitivo, la morte. Bisogna allenarsi a morire in vita.

Lo scandalo è stato un buon allenamento alla morte definitiva?

Abbastanza.

In quella circostanza non l’ha difesa nessuno, neanche Alemanno che ha negato di conoscerla. Come si è sentito?

Mi meravigliò.

È stato il momento più basso del vostro rapporto?

Macché, semmai il momento più basso è stato quando, lui sindaco e io consigliere diplomatico, viene approvato il gay pride a Roma ed è previsto l’arrivo di Lady Gaga. Io dico: incontrala, è importante che incontri Lady Gaga. E lui: chi è? Glielo spiego, lo informo che è di origine italiana, che l’ha incontrata Obama, la regina d’Inghilterra, gli spiego che è una professionista, un simbolo. Lui accetta. Faccio mandare la lettera a Lady Gaga. Poi si mette in mezzo qualcuno, qualcuno che dice ad Alemanno: quella? Non puoi incontrarla. Alemanno mi chiama: “chi mi fai incontrare? Una satanista, mi hanno detto che Lady Gaga è una satanista.”  Cerco di spiegargli che non lo è. Niente. L’incontro salta. Peccato.

I testi delle sue canzoni sono carichi di patriottismo.

Il mio è un nazionalismo acquisito all’estero. Negli anni Settanta a scuola inglese giravano solo fumetti di guerra: gli inglesi eroi, i tedeschi cattivi, gli italiani fifoni. Per un bambino italiano era terribile. Così io cercavo nella storia d’Italia, nella mia storia, momenti che dimostrassero il contrario, che raccontassero il coraggio degli italiani. Insomma, gli italiani non erano solo aiuto, aiuto, mamma mia.

E quando tornava in Italia?

Trovavo i miei coetanei – di destra e di sinistra – a suonare la chitarra sulle scale della scuola, a cantare le stesse canzoni, Baglioni e Battisti, e a commuoversi insieme, nei momenti giusti.

Stupito?

In Inghilterra noi stavamo in uniforme tutto l’anno, aspettavamo con ansia il momento di togliercela. In Italia mi pareva invece che tutti la cercassero l’uniforme. In collegio il tuo spazio è misurato, uguale a quello degli altri: una scrivania, un cassetto. Spetta a te gestire quello spazio uguale per tutti. E nella gestione sviluppi la personalità. Altro esempio: l’orto. Avevamo il nostro orto da coltivare. E siccome io avevo sempre fame, decido di piantare solo ravanelli perché crescono più in fretta. Mentre gli altri coltivano zucche, zucchine, insalata, io ravanelli.

Negli anni del collegio ogni quanto vedeva i suoi genitori?

E’ capitato anche che non li vedessi per diversi mesi.  Ma stare solo a nove anni è stato importante. Mi ha fatto apprezzare la solitudine. La solitudine è avventurosa.

Dunque non rimprovera niente a suo padre di questa educazione/addestramento?
Abbiamo sempre avuto un rapporto conflittuale. Io avrei voluto fare altro, l’attore di teatro, il musicista. Ma per fare altro sarei dovuto scappare di casa. Non sono scappato. Poi col tempo ho capito che la vita ti dà un cammino. Riuscire a seguirlo è esercizio di disciplina e di forza.

Pensa di essere un buon diplomatico?

Credo che il lavoro che ho fatto negli Stati Uniti, in Egitto e in Giappone sia stato molto utile per l’Italia. D’altra parte è verificabile, e nessuno lo ha mai negato.

Che rapporto ha oggi con suo padre?

Non parliamo di cose personali. È più un rapporto tra colleghi.

Le dispiace?

Mi dispiace che per molto tempo lui non abbia conosciuto una parte di me. Non conosceva le mie canzoni, le ha dovute leggere per forza dopo l’atto disciplinare. Del resto anch’io oggi conosco meglio lui. Nonostante non condivida molte delle mie idee, mi ha difeso: “Mio figlio sa difendersi da solo, ha sempre camminato a testa alta” ha detto. Mi ha molto colpito.

Gliel’ha detto?

No.

Che padre è lei?

Due cose ho insegnato ai miei figli: a stare seduti bene a tavola. E a salutare le persone a voce alta guardandole negli occhi.

Se potesse tornare indietro, al collegio inglese, al bambino che faceva l’orto, coltiverebbe sempre ravanelli?

Certo.

E oggi?

Pomodori. I pomodori sono i più lenti, ci mettono anche cinque mesi a crescere. Con l’età ho imparato ad aspettare.

 


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