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Chi ha paura dei robot? In Oriente anche loro hanno un’anima

robear

Ci affidiamo alla tecnologia nelle nostre attività quotidiane, facciamo la spesa via internet, azioniamo la lavatrice col telefonino, ma il robot viene ancora percepito come qualcosa di intrinsecamente pericoloso, soprattutto se è umanoide. Non ci si può veramente fidare di lui – o di lei – potrebbe ribellarsi, prendere coscienza e decidere di distruggere l’umanità, fosse solo per sbarazzarsi delle nostre maledette buste di plastica. Ma questa visione oscura e preoccupante è caratteristica dell’occidente. In Asia la percezione del robot è più consona alla sua natura originaria: strumento complesso, creato per aiutare l’essere umano. Può farci paura, ma è lì per salvarci. Lo snakebot per esempio è un robot-serpente realizzato dal professor Satoshi Tadokoro della Tohoku University, nella regione colpita dallo tsunami nel 2011. Può penetrare tra le macerie e con i suoi occhi digitali riesce a individuare eventuali sopravvissuti, trasmettendo le immagini ai soccorritori in tempo reale. La sua pelle è composta di rigide setole in nylon bianco, le quali, mosse da piccoli motori, consentono allo strano rettile meccanico di spostarsi sinuosamente e procedere autonomamente. Diciamo che nelle giuste condizioni, ci vuole poco ad affezionarsi allo snakebot, anche se è bruttino.

Anche l’invecchiamento della popolazione sta portando ad un maggiore utilizzo della robotica. Ciò implica che le macchine intelligenti si trasferiscono dalle fabbriche alle case, agli ospedali, agli ospizi, quindi devono evolversi e acquisire capacità diverse, soprattutto quelle mirate all’interazione con gli umani. In Giappone sono ormai oltre la fase sperimentale. I simpatici animali meccanici coperti di morbida pelliccia che sembravano grosse foche, e che nei primi anni del secolo tenevano compagnia agli anziani in alcune cliniche nipponiche, sono stati ora affiancati da veri e propri robot-badanti. Robear è una grossa macchina bianca con il viso sorridente che si trova in alcuni ospizi e ospedali giapponesi. Il grande orsacchiotto meccanico aiuta i pazienti anziani ad alzarsi, o addirittura li solleva, li accompagna in bagno, li sposta dal letto alla carrozzina. In fondo è facile abituarsi a un essere che ti rende la vita più facile. E poi i giapponesi non ne fanno mistero: meglio investire sullo sviluppo tecnologico che sull’immigrazione di massa, con i suoi costi sociali. La strategia del governo prevede che entro il 2020, quattro su cinque case di riposo, cliniche e ospedali riescano a contare sul supporto della robotica.

Il creatore di Robear è lo scienziato Toshiharu Mukai. Da oltre dieci anni, con il suo team di ricerca lavora sull’interazione tra umani e robot. Secondo Mukai, la formula dell’orso funziona perché gli umani lo associano alla forza, ma anche alla dolcezza dei loro ricordi infantili. D’altra parte per generazioni di bambini nipponici i robot sono eroici amici dell’uomo. Da Astro Boy a Mazinga, il robot umanoide combatte il male e l’ingiustizia. Perché questo contrasto nel modo in cui asiatici e occidentali interagiscono con gli androidi? Forse è perché le religioni monoteiste hanno difficoltà a relazionarsi con una figura non organica ma intelligente? La tradizione orientale non ha alcuna difficoltà a dotare le cose di un’anima, come gli tsukumogami,oggetti domestici che dopo tanti anni al servizio di una famiglia, ne diventano parte. E quando alla fine bisogna rinunciare alla compagnia di uno tsukumogami ormai inutilizzabile, lo si porta al santuario, dove viene bruciato in un’apposita cerimonia. Ma in fondo non ci affezioniamo anche noi a una vecchia pentola che usava la nonna? In “Castaway” non ci siamo tutti commossi quando Tom Hanks rischia la vita nel disperato tentativo di salvare l’amico Wilson, un pallone da volley?

Kaname Hayashi, fondatore e amministratore delegato della start-up GrooveX, sta sviluppando un nuovo robot che si chiama lovot. Obiettivo è sviluppare un rapporto di fiducia tra gli umani e le macchine. Fiducia? Da noi si va da Frankenstein, passando per Terminator, fino a Ex Machina, e il tema centrale è sempre l’uomo che viene punito per essersi avvicinato a Dio, dando vita a degli oggetti inanimati. Che si tratti di un mostro o di uno splendido robot dalle fattezze femminili, finisce sempre in un disastro. Ma Hayashi è anche il creatore di Pepper, un piccolo robot umanoide che abbiamo visto anche in Italia in certi aeroporti, e racconta che quando questo “robot bambino” arrivò la prima volta in occidente, le persone sembravano incuriosite, ma mantenevano le distanze. Una volta avvicinatesi per toccarlo però scattava qualcosa. Finivano per abbracciarlo, baciarlo, finché sul viso del povero Pepper non rimanevano i segni del rossetto. Cose mai viste in Giappone. L’inconscio umano è fondamentale nello strutturare le relazioni, e sono ancora in pochi a sperimentarlo con i robot. Ma i prossimi androidi saranno capaci di comunicare con mezzi non verbali che si rivolgono all’inconscio: movimenti, espressioni, comportamenti rassicuranti.

Resta la paura di perdere il lavoro. La Banca Asiatica di Sviluppo (ADB) ha recentemente pubblicato un rapporto in cui si sostiene che l’arrivo dei robot starebbe creando, non riducendo, i posti di lavoro. L’analisi copre dodici economie asiatiche nel periodo tra il 2005 e il 2015. L’aumento della domanda avrebbe compensato i posti di lavoro perduti per via dell’automazione. Anzi, l’adozione di nuove tecnologie nelle fabbriche e negli uffici avrebbe apparentemente stimolato la produttività, portando una crescita economica. Secondo le stime dell’ADB, grazie a tecnologia e robotica sono stati creati 134 milioni di nuovi posti di lavoro, rispetto ai 101 milioni andati perduti per gli stessi motivi.

Nel frattempo dobbiamo affidarci alla citazione shakespeariana che ispirò Aldous Huxley quando scelse il titolo originale di “Brave New World”. In italiano l’hanno tradotto “Il mondo nuovo”, ma manca il coraggio.

 

 

(da Il Primato Nazionale, luglio 2018)