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Il fioraio di Roppongi che non c’è più.

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In realtà chiamarlo fioraio è riduttivo. Era una galleria d’arte, un museo della natura, che profumava di foglie tropicali, di humus, di umidità.

Ma poi invece a volte sapeva di deserto, o di spiaggia, o di montagna.

Una vetrina che diventava una finestra su tutto il Giappone e anche oltre; e dietro, nell’oscurità, immensi frigoriferi, con porte di acciaio e vetro, e corridoi bui, gocciolanti e impercorribili.

Nelle sale interne, in mezzo a centinaia di piante e di sfumature, un viavai di clienti, di maestri di ikebana, di signore molto eleganti, e anche di curiosi.

I ragazzi che ci servivano erano velocissimi, addirittura coraggiosi nel decidere quando dove come tagliare incidere legare unire dividere, e io li invidiavo per questa eccezionale capacità di affrontare i gambi e le foglie con le loro tozze forbici tradizionali.

Le giovani donne erano in uniforme nera, con un corto grembiule e una cintura di cuoio che reggeva gli strumenti del mestiere. Impossibile non perdersi a guardare il movimento di quelle mani esili che si infilavano nel ferro antico e consumato delle hasami, e gli occhi allegri e taglienti che misuravano di scatto dove si sarebbe appoggiata la lama.

E sempre un sorriso, soprattutto quando si accorgevano che ormai evidentemente stavo sognando a occhi aperti.

Una volta feci amicizia con una di loro.

Le divertì sapere che da noi, in realtà, i carciofi si mangiano.

Era del Kyushu, di Oita.

 


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