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Giorno del Ricordo, parole d’ordine: ignorare e ridimensionare. Ma è sufficiente la storia di Norma Cossetto per capire con chi abbiamo a che fare.

imageHo aspettato il pomeriggio del 10 febbraio, Giorno del Ricordo che molti – sembrerebbe anche ai vertici dello Stato – preferirebbero forse dimenticare, per scrivere qualcosa di personale. Per me è un esercizio di memoria, ma volevo prima lasciar passare un po’ delle notizie e dichiarazioni che purtroppo anche quest’anno non ho potuto evitare di sentire, alcune più o meno spiacevoli. In fondo si fa lo stesso con l’acqua del rubinetto, si lascia correre quella più vecchia e stagnante, per gustare finalmente il liquido più fresco e puro.

E dire che ogni volta se ne inventano una nuova, pur di mettere un coperchio su questo giorno e passare rapidamente all’11 febbraio, così non se ne parla più. Qualche anno fa c’erano gli scherzetti televisivi della sorella minore di una certa famiglia di comici, però bisogna ingoiare tutto perché in fondo è satira, e siccome su altre più celebrate giornate la satira certo non si può fare, lasciamo almeno che si faccia su qualche migliaio di italiani assassinati e gettati nelle foibe. Poi c’è il gruppetto un po’ scalcinato che opta per la soluzione più radicale: negare direttamente l’accaduto, e basta. Ma questi sono i più coraggiosi, i più furbi invece non negano, preferiscono mettersi a citare altri eccidi, confondere le nazionalità dei protagonisti, mescolare le carte, contando sulla confusione perché intanto diventi pomeriggio, poi sera, poi l’alba del giorno dopo.

Quest’anno ho visto che le persone considerate più ragionevoli – tanto per capirci, quelle per cui va bene ogni tanto dare fuoco a una libreria in nome della libertà di espressione, censurare una notizia in nome della convivenza civile, oppure direttamente prendere a pugni qualcuno che la pensa in modo diverso, in nome della democrazia – ci hanno spiegato che per carità, va bene celebrare il Giorno del Ricordo, purché sia una celebrazione condivisa, e che non si scada nelle strumentalizzazioni.

Finito tutto questo, si arriva all’acqua pura. E allora per me viene il momento di raccontare una storia che ho già raccontato, perché per ricordare bisogna ripetere, perché per me il giorno del ricordo è questa storia qui, visto che io quel periodo non l’ho vissuto, e la mia famiglia non è di quelle parti. Per me il giorno del ricordo è tutto in questa storia, e a me basta questa storia per comprendere con che razza di gente abbiamo avuto a che fare per tanti anni, e la persona che me l’ha raccontata è la signora Lidia Cossetto, sorella di Norma Cossetto, una bella ragazza italiana nata a Visinada il 17 maggio 1920, e uccisa ad Antignana, il 4 o il 5 ottobre 1943.

Norma aveva 23 anni e stava per laurearsi in storia e filosofia all’Università di Padova, ma ai primi di ottobre del 1943 fu catturata dai partigiani e condotta all’ex caserma della Guardia di Finanza di Parenzo (oggi Porech) insieme ad altri parenti, conoscenti e amici. La sorella Lidia scoprì dove l’avevano portata, riuscì a raggiungerla e tentò inutilmente di ottenerne il rilascio.

Qualche giorno più tardi, Visinada fu occupata dai tedeschi, e allora i partigiani fuggirono via nottetempo, portandosi i prigionieri alla scuola di Antignana. Lì Norma Cossetto fu subito separata dagli altri. La legarono a un tavolo, e in diciassette la sottoposero per ore ad ogni sorta di sevizie e violenze. Una donna che abitava davanti all’edificio, sentendo le grida e i lamenti della ragazza, appena fu buio riuscì ad avvicinarsi alle imposte socchiuse, e vide Norma legata al tavolo, nuda e sanguinante. La notte tra il 4 e 5 ottobre tutti i prigionieri, le mani legate con il fil di ferro, furono condotti dalla scuola a una località di nome Villa Surani. Lì i partigiani violentarono ancora Norma e le altre due donne presenti nel gruppo, e poi gettarono tutti ancora vivi in una profonda foiba.

Lidia Cossetto, la sorella di Norma, mi raccontò che nel dopoguerra un questore la convocò nel suo ufficio e la diffidò dal continuare a raccontare ciò che i partigiani avevano fatto a sua sorella. Forse è proprio per questo che voglio raccontarla di nuovo, questa storia, e ogni volta modifico leggermente il testo, lasciandolo però sempre più o meno uguale, così come deve rimanere uguale la tristezza per la sofferenza e il terrore che ha provato fino alla fine della sua brevissima vita quella giovane ragazza italiana, così come deve rimanere uguale in me il disprezzo per le lezioni di storia impartite da certi ipocriti personaggi.

 

 


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