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A proposito di terremoti: il primo settembre in Giappone è il giorno della riduzione dei disastri (da L’Intellettuale Dissidente, 1 settembre 2016)

f87b6b334f108b9bda2febdbb1f5307dA proposito di terremoti, non so se sono d’accordo con il passaggio dell’omelia – poi ampiamente ripreso dalla stampa – in cui recentemente il Vescovo di Rieti, Domenico Pompili, davanti a un pubblico di fedeli piegati dal dolore per la tragedia che la notte del 24 agosto scorso in pochi secondi ha cancellato la vita e di tante persone, ha esclamato “il terremoto non uccide, uccidono le opere dell’uomo”.

Il terremoto uccide eccome, e penso che quando gli inglesi, nei loro contratti di assicurazione, lo iscrivono nel pericoloso elenco delle fatalità con la formula “act of God”, abbiano ragione.

Potrebbe anzi apparire come un peccato di presunzione attribuire all’uomo l’esclusiva responsabilità dei danni causati da una tale potenza della natura. Inoltre i terremoti, a differenza degli incendi e degli alluvioni, e in una certa misura degli tsunami, sono impossibili da prevedere. Non sappiamo se sarà giorno o notte, né dove ci troveremo nel momento in cui arriverà la scossa, se in un edificio antisismico di ultima generazione, oppure in una chiesa medievale, su un ponte, o sulla parete di una montagna.

Certo, sappiamo che ci sono delle zone a rischio, e che si potrebbero ridurre le vittime e i danni avvalendosi di infrastrutture adeguate. Non dimentichiamoci però di Fukushima, dove il mare si è alzato ben oltre il limite – già altissimo – sul quale erano tarati i sistemi di protezione della centrale nucleare.

Non è detto insomma che la parola chiave, in caso di terremoti, sia solo “preparazione”.

Piuttosto, credo sia ancora più importante la “reazione”.

Oggi, primo settembre, in Giappone è il “Bosai no hi”, il giorno della riduzione dei disastri. Il Giappone, per la sua posizione geografica, ne ha una lunga e triste storia. Quelli naturali – terremoti, tifoni, inondazioni – e quelli causati dalle “opere dell’uomo” a cui si riferiva l’eccellenza Pompili, incendi, crolli, e non ultimi i bombardamenti di vario genere, che conosciamo.

Il più grande disastro naturale mai avvenuto nel Giappone moderno rimane il grande terremoto del Kanto (la regione di Tokyo). Il primo settembre del 1923, gli effetti del sisma causarono la morte di più di centomila persone, e la distruzione di quattrocentomila strutture e abitazioni. Ma la causa principale di questo tragico bilancio non fu tanto il crollo delle abitazioni, quanto gli incendi che si svilupparono in seguito alle scosse. Da questa esperienza si comprese l’importanza di come si reagisce in caso di terremoto. Sempre a settembre, ma stavolta nel 1959, un altro terribile disastro colpì la “pancia” del Giappone, la zona del Tokai, quando un tifone investì la costa meridionale dell’isola di Honshu, causando cinquemila morti e la distruzione di mezzo milione di edifici.

Nel 1960 quindi, il governo nipponico indicò il primo settembre come giorno dedicato alla preparazione della popolazione ai disastri. Nel 1982, da un giorno si passò a una settimana. Da oggi per sette giorni quindi, in tutto il Giappone, si fanno non solo seminari ed esercitazioni nelle scuole e nelle imprese, ma si conduce anche, a livello nazionale, la simulazione di un disastro di grandi dimensioni, addestrando la popolazione di tutte le età, grazie al coinvolgimento dei vigili del fuoco, della polizia, della protezione civile e delle forze di autodifesa. Viene scelta un’ampia zona e costruito a tavolino uno scenario terribile. Poi si parte. Ci sono tutti, anche i membri del governo, dal Primo Ministro in giù. Queste attività di informazione e preparazione interessano tutte le comunità locali, da un capo all’altro del Giappone, perché si è convinti che l’educazione svolga un ruolo chiave nel gestire ogni tipo di disastro, da quello naturale all’attacco terroristico.

I bambini per esempio sono particolarmente vulnerabili, e non è detto che si trovino insieme ai loro genitori quando interviene l’”atto di Dio”. Devono quindi sapere come gestirsi da soli, per quanto possibile, in una situazione del genere. Esistono una quantità di materiali e di esercizi preparatori che vengono dedicati in particolare alle scuole, dall’asilo fino all’ultimo anno. Agli studenti vengono anche assegnati per tutto l’anno dei ruoli specifici in caso di disastro, a seconda delle loro capacità e inclinazioni.

Ormai i giapponesi queste cose le insegnano anche all’estero. Recentemente, insieme ad altri donatori, il Giappone ha coordinato un’azione di questo genere in Bangladesh per la protezione contro i tifoni, fornendo software e informazioni alle autorità locali ed esempi di esercizi per la popolazione locale. Si stima che la riduzione delle vittime sia stata dell’ordine di uno a cento, rispetto a un disastro di simili dimensioni avvenuto nel 1970.

L’educazione e l’addestramento delle persone coinvolte hanno un ruolo chiave nel mitigare i danni di un disastro, di qualsiasi genere esso sia. Quindi al di là di quello che si riuscirà ad ottenere nel futuro in termini di interventi di messa in sicurezza, o di creazione di nuove strutture antisismiche, bisogna accettare il fatto che non è possibile ridurre gli effetti di un disastro se non si cambia l’impostazione mentale e l’atteggiamento della popolazione. Per i terremoti, come anche per il terrorismo, bisogna saper creare, con l’educazione e l’esercizio, delle comunità capaci di fare fronte.

 

 

 

 


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