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settembre 7th, 2016 - 15:06 § in Giappone, News, Rassegna Stampa, Varie

Mario Vattani: il Giappone dentro (da Playboy, 24 maggio 2016)

di Bruno Ballardini

 

Molti trovano l’erotismo giapponese indecifrabile e la cultura nipponica a tratti impenetrabile e misteriosa, forse per questo tanto affascinante, come racconta Mario Vattani, profondo conoscitore del Sol Levante.

Mario Vattani, classe 1966, parigino di nascita, londinese per formazione, ha già una lunga carriera diplomatica alle spalle. Tra i primi incarichi, è stato a Washington, al Cairo, a Tokyo e Osaka dove ha trascorso gli ultimi anni come nostro console. Oggi è tornato alla Farnesina come ministro plenipotenziario per i rapporti tra l’Unione Europea e i Paesi dell’Asia Pacifico. Ma la terra del Sol Levante ha lasciato in lui un segno profondo, una sorta di “mal di Giappone”. Si capisce da come si accende quando ne parla. Si capisce anche dalle prime pagine del suo romanzo “Doromizu – Acqua torbida”, appena uscito per Mondadori. Per noi, è la rivelazione dell’anno.

Intervista di Bruno Ballardini

Vattani, lei ha una flemma inglese, un’eleganza italiana e uno spirito orientale. Con queste premesse non poteva far altro che il diplomatico. Si è mai sentito un predestinato?

Se me l’avesse chiesto vent’anni fa, avrei risposto in modo completamente diverso. Da ragazzo ho cercato di fare sempre tutto il contrario di quello che mi avrebbe portato in quella direzione. A Londra suonavo punk rock, quello che c’era di più duro, oscuro ed estremo. Mi appassionavo di tutto quello che era teatro e performance, sognavo di lavorare negli studi di registrazione, e nessuno dei miei amici mi considerava figlio e nipote di diplomatici. Anche in Italia tutto sommato sono sempre andato a cercarmi situazioni scomode, difficili da sostenere.

E poi che è successo?

Forse ho talmente esagerato che qualcosa si è spezzato, e paradossalmente da un momento all’altro mi sono trovato senza alternative, a studiare come un forsennato. Era il cerchio di fuoco. Ormai dal successo al concorso dipendevano il mio futuro e il mio onore di fronte alla famiglia. Adesso fa un po’ ridere, ma allora in qualche modo la Farnesina fu la mia legione straniera. Per anni mi sono dato un tempo, una scadenza per andarmene, come se stessi scontando una pena, che tuttavia aveva certamente i suoi aspetti piacevoli. Forse è stato bene così. E poi mi ha permesso di andarmene lontano davvero, il più lontano possibile.

La sua più lunga permanenza è stata in Giappone. Che cosa le è rimasto dentro? Per chi come lei è abituato a cambiare paese come si cambia l’abito, che cos’è la nostalgia?

Diciamo così, che se per me l’Italia fosse la madre, il Giappone sarebbe la mia amante. E lo è tuttora. La sorella di mio padre lavorava con i giapponesi e parlava anche la loro lingua, quindi per me da bambino tutto ciò che era giapponese non fu mai una presenza insolita. A dodici o tredici anni, mia madre mi portò al cinema a vedere Kagemusha. Rimasi esposto alle immagini, ai volti, alle capigliature, alle armi, ai movimenti, quasi come rimane esposta una pellicola. Come se quelle forme e quei contrasti mi fossero rimasti impressi dietro agli occhi per sempre.

Ma non visitò mai il Giappone?

Per molto tempo, no. Sono cresciuto spostandomi ogni tre o quattro anni, cambiando scuole, case, amici, fidanzate. Non dipendeva da me, non decidevo io. Anche quando ho iniziato a lavorare, le mie nuove sedi, Washington, il Cairo, erano posti che comparivano su una lista, dovevo indicarli in un elenco. Dal momento in cui arrivavo scattava il cronometro, e sapevo bene che tutto sarebbe finito, di lì a pochi anni. Amicizie, amori, avventure, errori. Ma il Giappone restava il mio sogno lontano. Non ci andai fino a relativamente tardi, nonostante da anni conoscessi il suo cinema, leggessi la sua letteratura, praticassi le sue arti marziali, studiassi la sua lingua. Quando finalmente mi sentii pronto a volare in quelle isole, mi sembrò così naturale trovarmi lì, a casa mia. Stavolta avevo scelto io, e fu come se ci fossimo sempre conosciuti. Oggi a volte bastano un profumo, un sapore, un suono, per far balenare un ricordo che mi fa mancare il respiro. Ma è difficile parlare di nostalgia, perché in realtà in qualche modo io sono sempre lì, anche adesso.

Ci sarà pure qualcosa che non le è mai andato giù del Giappone, per esempio nei rapporti sociali. È possibile riuscire a integrarsi in quel mondo, come cerca di fare Alex, il protagonista del suo romanzo?

Certo, la diversità culturale può causare difficoltà. Come occidentali, integrarsi nel vero senso della parola è impossibile, perché con tutta la buona volontà, non si sarà mai “giapponesi”, non foss’altro che fisicamente. Quello che però si può fare è inserirsi, e funzionare. Bisogna entrare nel wa, nell’armonia. Non è facile, ci vuole tempo, e bisogna tenere sempre gli occhi aperti, perché in Giappone non si impara ascoltando, ma guardando. Tutto sommato, anche lì valgono le regole generali dell’Oriente, che sfidano la nostra mentalità. Quelle per cui è inutile e dannoso innervosirsi, per cui è invece necessario avere pazienza e sopportare, per cui il gruppo è più importante dell’individuo, per cui occorre una decisione collettiva prima di agire in un senso o nell’altro. E questo vale in qualsiasi situazione.

“Doromizu” ha il pathos del romanzo di formazione. Ed è un cocktail di bassifondi, atmosfere torbide, manga, erotismo, tradizioni antiche incontrate improvvisamente svoltando l’angolo in una grande città dove imperversano sincretismi moderni. Il tutto servito in una inesorabile trama noir. Come è nata l’idea?

Lo scenario impenetrabile della Tokyo profonda mi ha sempre appassionato. Di base c’è il mio gusto personale per le storie paurose, crude, ma anche la voglia di raccontarle con ironia, facendovi risaltare l’assurdo o il grottesco. Penso che nonostante l’ambientazione, l’avventura narrata in Doromizu sia assolutamente classica e tradizionale. Per me è stata un modo di far risaltare la luce e la purezza sullo sfondo della trama più buia. Mettere i miei personaggi alla prova, spingerli all’estremo, è stato un metodo per distillare l’armonia severa che permette di distinguere chi agisce con coraggio da chi non lo sa fare, chi ha un comportamento corretto da chi non lo sa avere. Alla fine non c’è giudizio e non c’è salvezza per nessuno. Ma ciò che è più sacro e commovente è lo sforzo di dare sempre il meglio di sé, fino alla fine, e di farlo con coerenza, che sia nel bene o nel male.

Tornando in Italia come Alex lei si è sentito un po’ gaijin (straniero) in patria? Cosa ha trovato insopportabile nel modo in cui è cambiato il nostro Paese?

La prepotenza. La volgarità, la maleducazione, l’infantile aggressività di chi non è più capace di riconoscere quanto i propri comportamenti creino danni per gli altri e per la propria comunità. E di fronte a questo, vi è l’incapacità non solo di obbedire a delle regole, ma anche di farle rispettare. E’ davvero il contrario dell’armonia, quello a cui si sta rapidamente riducendo il nostro Paese. Sono pochissimi coloro che sono ancora disposti a prendersi le proprie responsabilità. Credo che occorrerà sapersi difendere, ma sempre con il sorriso, e godendosi le cose buone della vita finché si è in tempo.

“Doromizu” è punteggiato di momenti in cui è il cibo stesso, perfino in una bettola, ad essere il sensuale protagonista (alla faccia della cucina “sensoriale” di Heston Blumenthal). Come giudica la moda del sushi che nel frattempo imperversava da noi? Si direbbe che nessuno conosca nient’altro della cucina giapponese…  

La cucina giapponese è talmente variegata e complessa che sarebbe davvero difficile riprodurla in Europa. Per forza di cose, per mancanza degli ingredienti originali, quello che arriva fino a noi, anche quando è preparato con cura, ne è solo una rappresentazione. Il mio racconto attraversa spesso ristoranti, bar, locali nei quartieri dei divertimenti. Lì la cucina è protagonista dei rapporti umani, ha il ruolo dell’arte, della musica e dell’intrattenimento. Tante volte in Giappone ho trovato il cibo affascinante, direi anche eccitante, almeno quanto le donne con cui ero seduto a mangiare e bere. Per questo la cinepresa ideale con cui riprendo le scene di Doromizu, mescola la freschezza e i colori luccicanti del cibo, delle pinne, delle foglie, delle alghe, con quelli della pelle, degli occhi, delle labbra, dei denti. Perché tutto ciò fa parte della stessa seduzione.

Parliamo delle donne giapponesi, oltre lo stereotipo: si capisce benissimo che le giovani amiche che accompagnano Alex in tutta la sua vorticosa vicenda vivono a loro volta una contraddizione: quella di volersi integrare con l’estetica e le mode occidentali. Eppure restano profondamente tradizionali. C’è una sorta di attrazione degli opposti. È questo che rende per noi così affascinante il Giappone?

I personaggi femminili di Doromizu, pur nelle loro differenze, non hanno nulla di simbolico. Sono reali, originali, e quindi modificano i loro comportamenti, il loro carattere, a seconda di dove si trovano. La ragazza che sembra più moderna, più occidentalizzata, da un momento all’altro siede in una posa antica, e comunica semplicemente con la mimica. Nel mondo di Doromizu, come nel Giappone vero, a volte è difficile capire dove finisce il teatro e dove inizia la realtà, perché continuamente si entra e si esce dalla rappresentazione, dalla performance, dall’esecuzione. E non vi è nulla di falso in tutto questo, perché è un mondo dove i movimenti, i gesti, i silenzi, hanno la stessa capacità espressiva delle parole.

Molti trovano indecifrabile l’erotismo giapponese. Sembra che loro riescano a conciliare perfettamente l’estremo pudore con la capacità di vivere istantaneamente e totalmente la propria animalità…

Ho sempre avuto l’impressione che il pudore giapponese non derivi da regole morali, ma di comportamento. E’ per buona educazione, per cortesia, che i giapponesi si muovono o si siedono in un certo modo, che si mantengono alla giusta distanza, non perché altrimenti si commetterebbe un qualche peccato. Eppure all’improvviso può esservi nella dinamica tra uomini e donne una giocosità, una brutalità quasi felina. Ma direi che l’animalità si ferma qui. Infatti, visto che la seduzione, il flirtare, hanno sempre la stessa definizione di “gioco”, giocare forse diventa come il francese jouer, interpretare un ruolo, e così fa arrivare il teatro fino nelle situazioni più intime. Ho  spesso avuto l’impressione che il sesso per i giapponesi non sia per forza legato alla dolcezza, all’amore, all’affetto. Dev’essere soprattutto divertente. E’ un’attività che appartiene alla testa, non solo al cuore.

Quello dei giapponesi sembra un erotismo esteso al mondo, alle cose, non soltanto alle persone. Si direbbe una sensualità universale, impassibile e contemplativa.

Penso che forse il periodo del sakoku, la lunga pace di duecento anni che ha corrisposto con la pressoché totale chiusura all’esterno del Giappone, abbia permesso a quel popolo di raggiungere un tale livello di raffinatezza, fino a sfiorare la decadenza. Questo è ancora vivo nell’estetica giapponese. Basta vedere la famosa serie di fotografie di fiori di Nobuyoshi Araki, l’artista a cui peraltro dobbiamo la copertina di Doromizu, per riconoscere quanto in Giappone la sensualità sia qualcosa di immanente, di pulsante.

Il fetish e il sadomaso oggi tanto di moda fanno esplicito riferimento a “tecniche” giapponesi come il kinbaku, ovvero l’arte del bondage erotico. Di fatto, nell’antichità, questa era invece un’arte marziale. È un equivoco culturale da parte nostra oppure veramente la dominazione e la passività sono componenti della cultura erotica giapponese?

Per scherzo, certe volte mi trovo a sostenere che il Giappone è il paese dell’ijime, del “bullismo” si potrebbe dire. A volte si ha l’impressione che il gioco della dominazione e della passività, del sadismo e del masochismo, sia una costante in tutti gli strati della società, a tutte le età, nel mondo del lavoro, in quello dello sport, in quello dell’artigianato, e naturalmente nell’immaginario erotico. A tavola, di fronte a una conchiglia ancora viva, ho visto accendersi negli occhi di mie commensali giapponesi una crudeltà giocosa, affascinante come quella dei gatti. Dominare e subire non sono necessariamente associati ai rapporti tra uomo e donna. Potremmo interpretarla come una versione in salsa piccante del sistema confuciano. In fondo anche in Corea si può assistere a comportamenti simili. Così lo studente più giovane subisce dal più anziano, l’impiegato più basso in grado dai suoi superiori. Grazie alla letteratura giapponese, vedi le opere di un classico come Junichiro Tanizaki, abbiamo una finestra su quanto sia complesso e raffinato questo gioco, e di quanto sia profondamente radicato nella cultura nipponica.

Lei è anche un appassionato praticante di arti marziali, in particolare del Kendo, la scherma di spada giapponese. Che cosa trova in questa pratica?

Non penso di sbagliare se dico che nella mia educazione il Kendo ha avuto un’importanza pari a quella della scuola o dell’università. Mi ha dato un metodo con cui affrontare qualsiasi aspetto della vita, qualsiasi emozione, qualsiasi azione, direi anche quella di scrivere. Il maneggio della katana, della sciabola giapponese, mi ha regalato il senso della disciplina, una chiave indispensabile per raggiungere la libertà.

Ministro, lei già scrive canzoni e libri. Ora che è “plenipotenziario” può veramente fare di tutto: che programmi ha?

Se è vero che il senso della vita è quello di imparare a fare meglio e a fare di più, allora direi che il prossimo passo è dare vita alle immagini che ho raccontato con Doromizu. Bisogna che diventi cinema. Bisogna farne un film.

 

 

 

 


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