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dicembre 17th, 2014 - 11:04 § in Giappone, News, Varie

da Libero quotidiano (16.12.2014): “Stile Nipponico. Lo sguardo di Fudomyoo e la rinascita del Giappone” di Mario Vattani

I boschi del Giappone sono diversi.

Non c’è quell’arietta fresca della foresta nera, che quando ero bambino aveva un sapore leggero e fatato. Qui, attraverso le narici e fin dentro i polmoni, è umido. Si sale lungo un ruscello, accompagnati dall’odore della corteccia che marcisce e poi diventa terra. In quella polvere di legno bagnata affondano i passi. Uno dopo l’altro. E il muschio, le foglie, la corteccia morbida dei cedri ne assorbono il suono, che finisce lì dove è iniziato, senza eco. L’umidità proviene dall’acqua, che è ovunque. Sorgenti, fiumiciattoli dove fuggono strani granchi che somigliano a quelli del nostro mare, ma a guardarli meglio hanno una corazza lucida e scura, e le zampe gialle e traslucide dello scorpione. Strani, i boschi giapponesi. E in quella luce scarsa il rumore di animali sconosciuti, il richiamo di una scimmia.

Seguire il sentiero. Fino a quando il respiro diventa regolare e si adatta al ritmo dei passi, e il campo visivo si restringe e ormai non si pensa più a nulla, si guarda il terreno, gli scarponi, uno, poi l’altro, uno poi l’altro. E allora si allunga il tempo in ore in anni in secoli, e ci si volta a vedere gli altri monti tutti intorno, con le lingue di vapore che si alzano dagli alberi, come fosse un lento, magico incendio di nebbia.

E’ lì, al confine con le nuvole, che si incontra il Sovrano della Luce Immobile. Fudomyoo. Siede fermo nel mezzo di un turbinìo di fiamme, e sotto di lui la roccia risuona della sua potenza. Un occhio guarda a noi e uno all’inferno, e il suo volto brucia di furore, mentre dalle labbra strette in una smorfia di determinazione spuntano due lunghi canini, uno preme sulla sua guancia, l’altro ricurvo verso il mento. Nella destra stringe una spada, dove sembra avvolgersi un drago azzurro, e nella sinistra una lunga corda. Lui, idolo scolpito nella pietra vulcanica annerita dall’acqua, era una volta Acala, in sanscrito Aryacalanatha, uno dei Cinque Re della Saggezza. Ma il suo spirito, raffigurato nelle pietre e nei massi lungo questi sentieri, ha viaggiato nei secoli fino ai monti dove lo venerano gli yamabushi. Monaci della montagna la cui storia risale alla notte dei tempi, eremiti maghi, capaci anche di trasformarsi in dèmoni, che attraverso l’ascetismo e un susseguirsi di prove, nel profondo delle foreste hanno raggiunto la conoscenza degli incantesimi, la medicina di una primitiva alchimia.

Con la sua corda Fudomyoo giura di salvare i deboli dall’esitazione e dalla caduta, con la sua spada sceglie di combattere i forti, gli arroganti, i prepotenti.

Accanto alla trasparenza di quell’acqua gelida, nella sua rabbia possente e immobile che disintegra ogni ostacolo, nel suo furore fiammeggiante che spazza via ogni impurità, trionfa la buia e terribile purezza del Sovrano della Luce Immobile. La resistenza.

Poche ore prima del tramonto, si sente ancora risuonare lontano, lamentoso e solitario, il richiamo dello horagai dei monaci montanari, la grande conchiglia di strombo che serve loro da corno, e sembra donare una voce a quelle lunghe strisce di vapore che si levano dalla foresta. Su sentieri come questo si avventura il leggendario guerriero Benkei, insieme al suo giovane principe fuggitivo, Yoshitsune, e cinque compagni di ventura. Travestiti da monaci yamabushi, i samurai devono riuscire a passare un posto di blocco nemico, per portare in salvo il loro signore, vittima di un tradimento. Questa è una famosa scena del teatro kabuki, ma il regista Akira Kurosawa decide di trasformarla in un film, che realizza tra l’agosto e il settembre del 1945, in mezzo al disastro della sconfitta giapponese. E’ una pellicola breve e intensa, “gli uomini che calpestano la coda della tigre”. La sua proiezione viene vietata dalle forze di occupazione americane, in realtà anche per il troppo zelo dei censori giapponesi, e così esce solo nel 1952, dopo il trattato di San Francisco.

Il nobile Yoshitsune è sfinito. Più esile dei suoi guerrieri, pronti a rinunciare alla vita per lui, sembra quasi una figura femminile sotto un largo cappello di paglia, ed è camuffato da portatore. Al posto di blocco, Benkei riesce con l’astuzia e l’eloquenza a convincere il governatore nemico a lasciarli passare. Ma proprio mentre il gruppo di falsi monaci si accinge a superare la barriera, il principe Yoshitsune inciampa sotto il peso del bagaglio, e cade in ginocchio. Il suo largo cappello si sposta leggermente.

Silenzio. Il comandante del posto si alza e si fa avanti. Insieme a lui le guardie. Ormai lo stratagemma è scoperto.

Ma allora all’improvviso Benkei raggiunge il misterioso portatore e piantandosi di fronte a lui, lo colpisce col bastone una, due, tre volte.

- Alzati! inveisce. Che aspetti? Buono a nulla!

Sgomento di tutto il corpo di guardia. Nessuno osa più fare un passo. Quale vassallo potrebbe mai permettersi di colpire il suo signore? Immobili, i soldati fissano sbalorditi il gruppo di monaci guerrieri che si rimette in cammino.

Dopo poco, i nostri vengono raggiunti sulla strada da alcuni uomini del governatore. Ma non sono lì per catturarli. Impressionato dalla lealtà dei samurai, egli ha mandato loro del sakè e del cibo per il viaggio. E’ certo un lieto fine, e i cinque compagni di Benkei hanno ragione a rallegrarsi, ma lui si dispera per aver mancato di rispetto al suo principe. Tormentato, continua a scusarsi, piangendo per la prima volta nella sua vita. Il principe Yoshitsune al contrario, gli esprime la sua gratitudine.

- Siamo salvi, Benkei. Proprio grazie alle braccia che mi hanno colpito, che non sono le tue, ma quelle del furente dio che ci protegge.

Quando, su questo sentiero nei monti di Tenkawa, ho compreso il significato nascosto della pellicola di Kurosawa, ho quasi sperato che chi allora ne vietò l’uscita vi avesse trovato prima di me lo stesso messaggio, ritenendolo per l’appunto censurabile. La resistenza.

Nel film, la debole figura camuffata da portatore, il principe umiliato di fronte a tutti, non è altri che lo spirito vivo del Giappone. E’ l’identità nipponica, il Yamato-damashii, l’insieme dei valori spirituali e culturali del popolo giapponese. Per farli sopravvivere, per permettere loro di essere trafugati e poi tramandati, per anni è stato necessario nasconderli, rinnegarli. Al solo scopo di far loro passare il posto di blocco della cultura dominante, della dittatura del pensiero unico. Oggi non più.

- Tenete gli occhi bassi.

Così ordina Benkei ai cinque samurai prima di arrivare alla barriera.

E’ un messaggio universale, perché anche ai nostri occhi quella pallida ombra sotto l’ampio cappello tondo rappresenta la fragile aspirazione alla purezza degli ideali, l’amor patrio. E’ allora comprensibile che interi popoli, il loro corpo politico, economico, la loro società civile, abbiano scelto di tenere gli occhi bassi, di fronte allo scempio di questo mondo. Così l’idolo furente tende la sua corda ad aiutare chi ha saputo resistere, sopportando con tristezza, ma soprattutto con profonda noia, le lodi dell’oro, il canto della ricchezza, la misura banale del successo. Seduto tra le fiamme, è indulgente anche con chi ha lasciato che le sue labbra si piegassero in un mezzo sorriso di fronte a chi, per trenta modesti denari, si è preso gioco della storia, ha rinnegato e dileggiato i valori della tradizione. Ma attenzione: lo stratagemma di Benkei è tale solamente se mirato ad attraversare il posto di blocco.

“Non per rispetto tengo basso lo sguardo”, recita l’haiku “ma perché aspetto”.

Purché, quindi, si sia trattato di resistenza.

Perché oggi più che mai, scolpito nella roccia, con lo sguardo furioso e spietato che divide ciò che sale da ciò che scende, vera immagine speculare del nostro demonio dei tarocchi che “solve et coagula”, siede il Sovrano della Luce Immobile. Ai suoi piedi scorre lo stretto e gelido rigagnolo dei granchi-scorpione, dove si perdono gli spiriti affamati, resi ciechi dall’avarizia e dall’ingordigia. Lì arranca goffamente lo zelante censore di sempre, che non sempre è straniero. Lì si dibattono coloro che nel sistema dell’informazione, dell’educazione, della cultura sono i più accondiscendenti, anzi promuovono proprio chi più ridicolizza l’eroismo, il coraggio, denigra l’identità, la passione per l’arte e per la bellezza, sostituendole con bigiotteria fasulla e con l’incontenibile attrazione verso un potere infantile, che si celebra nel lusso e nell’ostentazione.

Una accanto all’altra, restano sul sentiero le tracce di chi invece ha attraversato il bosco, portando in salvo con sé il nobile Yoshitsune. Coloro che hanno percorso quella via siedono insieme adesso, via dalla foresta, sotto un ampio cielo. Il giovane principe ha finalmente rimosso il copricapo di paglia intrecciata, e ha girato il viso verso il vento del tramonto, che semina lontano tra le frasche le risate di Benkei e degli uomini liberi che hanno scelto di resistere. Si passano il saké, il vino di riso che ha la stessa trasparenza dell’anima, e lo stesso calore del cuore.

Oggi non è più necessario abbassare lo sguardo.

 

 


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